RYANAIR: nuove norme bagaglio a mano a partire dal 15 gennaio 2018

airport melania romanelli

 

Dopo le polemiche di questi mesi sulle proteste dei suoi piloti, Ryanair torna a far parlare di sé. Ma per un motivo molto utile per chi viaggia spesso con questa compagnia. Sono regolari da qualche giorno, infatti, le nuove norme per i bagagli a mano da portare con sé in cabina.

In un primo momento le regole dei bagagli da portare in cabina erano restrittive:  1 solo pezzo. In un secondo, del resto, si era scelta una linea più morbida, con due pezzi gratuiti. Oggi, al contrario, le nuove regole sono una via di mezzo tutto sommato comoda per evitare ritardi al momento dell’imbarco.

Dal 15 gennaio 2018, dunque, è possibile decidere sin dal momento della prenotazione cosa volete portare in cabina, per evitare soprese al gate. Vediamo insieme come!

 

bagagli a mano ryanair

 

 Se acquistate il biglietto senza priorità:

 Potrete comunque viaggiare con 2 bagagli, ma portando con voi sull’aereo solo uno di questi, mentre l’altro vi verrà spedito gratuitamente.

Nello specifico potrete portare in cabina un solo bagaglio a mano di dimensioni 35 x 20 x 20 cm da sistemare sotto il sedile di fronte a voi. Con questa opzione di acquisto, in pratica, non è consentito portare a bordo il trolley ma solo un “pezzo” delle dimensioni che vi ho appena indicato. Se volete portare un trolley con voi è possibile, quindi, ma questo verrà registrato al gate d’imbarco (quindi portatelo con voi oltre i controlli di sicurezza e fino al gate) e sistemato nella stiva dell’aereo gratuitamente dal personale Ryanair.

 

Ricapitolando:

2 bagagli gratuiti

  •  1 pezzo personale in cabina di dimensioni 35 x 20 x 20 cm
  •  1 trolley di dimensioni standard da spedire gratuitamente al gate d’imbarco

 

yanair nuove regole bagagli a mano

 

 Se acquistate il biglietto con priorità:

 Chi acquista le opzioni “Priorità e 2 bagagli a mano”, “Flexi Plus”, “Plus” o “Family Plus” può portare in cabina 2 bagagli a mano. Ecco quali:

  • 1 piccola borsa di dimensioni 35 x 20 x 20 cm da sistemare sotto il sedile davanti
  • 1 secondo bagaglio (zaino o trolley) di dimensioni 55 x 40 x 20 cm da riporre nella cappelliera della cabina (per vedere se entra senza problemi potete sempre utilizzare i misuratori al gate)

Ricapitolando:

2 bagagli

  • 1 pezzo personale in cabina di dimensioni 35 x 20 x 20 cm da riporre in basso di fronte a voi
  •  1 trolley o uno zaino in cabina di dimensioni 55 x 40 x 20 cm da riporre nella cappelliera in alto.  

 

A prescindere dalle due opzioni, comunque, portate con voi il bagaglio aggiuntivo fino al gate d’imbarco. In entrambi i casi, inoltre, chi non osserva le norme dovrà pagare una penale di € 50 per articolo al gate di partenza. Per ulteriori informazioni segnalo un ottimo video che si può trovare sul canale Twitter di Ryanair.

Non vi resta che decidere la destinazione e… buon viaggio!!!

 

Cosa fare a Capodanno: GOODBYE 2017, WELCOME 2018!

 

Melania Romanelli Las Palmas
Amo la fine dell’anno.

Amo i riti portafortuna di Capodanno. Amo l’atmosfera che nasce in maniera spontanea ovunque si passeggi. Le chiacchiere al bar, i propositi per il nuovo anno, i concerti della notte del 31 dicembre, le previsioni astrali (attendo il solito Oroscopo 2018 di Paolo Fox segno per segno come un bambino che brama impaziente il suo giocattolo preferito!), i borbottii omnicomprensivi del periodo natalizio (che comprendono la dieta detox post-Natale e le immancabili ripercussioni del pranzo di Natale coi parenti), la corsa all’acquisto dell’intimo rosso per la notte di Capodanno (a proposito, già sapete cosa fare a Capodanno 2018?), le riflessioni sui 12 mesi appena trascorsi. In effetti Capodanno è un momento davvero cruciale, complicato, che costringe anche i più impegnati a guardarsi allo specchio, a riflettere su ciò che si è portato a casa, che si è imparato, che si è lasciato andare. E anche sui desideri e i goal da realizzare, per salutare il 2017 come si deve e dare il benvenuto al 2018!

Curiosissima nel conoscere i vostri propositi, ecco il mio 2017 di conquiste e lezioni… e anche le previsioni di come sarà il mio 2018 (altro che Paolo Fox!). Sì, perché la vita, che che ne dicano i gufi, possiamo davvero costruircela noi mattone su mattone!

Wanderlust - Melania Romanelli

 

2017 step by step: cosa ho conquistato

  • Ho fatto ritorno dal viaggio più importante della mia vita (fino ad ora). Come molti di voi sapranno, nell’ottobre 2016 sono partita per il Canada per 3 mesi. A prescindere dai luoghi meravigliosi che ho visitato (sui miei profili Instagram e Flickr trovate le immagini della mia esperienza!), e dalle persone magnifiche con le quali ho vissuto, quei 3 mesi sono stati fondamentali per me a livello personale e professionale. Proprio dal Canada ho costruito le premesse per la mia nuova vita, scoprendo il piacere di viaggiare da soli sfidando situazioni paradossali (bloccarsi nel ghiaccio con l’auto, fatto!) e il gelo delle notti del Québec. Il risultato è il mio libro, Spero Tutto Bene, che mi ha dato la possibilità di girare intervistando anime coraggiose che proprio in Canada hanno gettato l’ancora nel loro viaggio personale alla ricerca della felicità.

Niagara River Canada

 

  • Ho ritrovato la mia creatività. Il blocco dello scrittore esiste. Ne ho avuto la conferma per tutto il 2014, il 2015 e il 2016, anni segnanti ma privi di stimoli creativi. Rimettermi in moto mi ha finalmente costretta a momenti di solitudine, situazioni con zero connessione e connessioni, con solo me stessa a farmi compagnia. Il risultato sorprendente di tutto questo girovagare da sola è stato che, senza forzature, ho ripreso la penna in mano. E non solo quella! D’altra parte, come insegna Elizabeth Gilbert in Big Magic, la creatività può davvero conquistare ogni momento e aspetto della nostra vita!

  • Ho vissuto dentro una comunità musulmana a Londra. A marzo 2016, nel cuore dell’editing finale di Spero Tutto Bene, mai avrei immaginato di essere selezionata dalla mia collega Sumera Tariq per partecipare ad un summit mondiale a Londra con i membri della Comunità Islamica Ahmadiyya! Essere circondata da persone all’apparenza così diverse da me, osservare, odorare, toccare e vivere una cultura a me quasi sconosciuta è stata un’esperienza irripetibile e davvero emozionante. Se volete leggere il resoconto del mio viaggio nel cuore della comunità musulmana Ahmadiyya a Londra vi lascio al mio vecchio post!

Melania Romanelli - Sumera Tariq

 

  • Ho scoperto la fotografia. Ne sono sempre stata innamorata, l’ho corteggiata e nel 2017 l’ho finalmente conquistata! Grazie al mio viaggio tra Gran Canaria e Lanzarote (che ho raccontato in diversi post sul mio blog delle Isole Canarie) ho avuto la possibilità di lavorare come fotografa a stretto contatto con il mondo del turismo. Non solo ho avuto il piacere di visitare alcuni degli hotel più belli delle isole, tra cui hotel 5 stelle con spettacolari piscine infinity, ma ho potuto soprattutto parlare con persone provenienti da decine di nazioni differenti, comunicando con il linguaggio universale dell’empatia (visto che con il tedesco e il francese mi fermo a Ich Bin Melania e Merci beaucoup…). Come coronamento della mia continua sperimentazione, infine, ho avuto il piacere di partecipare alla recente mostra fotografica nel comune laziale di Rieti, nella quale sono state esposte alcune delle mie fotografie!

 

 

  • Ho finalmente sconfitto la mia eterna paura di viaggiare in aereo! Ebbene sì, ho paura di volare in aereo! Sarà che mi piacciono le trame catastrofiche (e tra i miei film e serie preferiti non mancano Alive – Sopravvissuti, Final Destination e Lost, che proprio non raccontano voli aerei all’insegna del buonumore, insomma), sarà che ho sempre la nausea ogni volta che il mio stomaco sobbalza, ma ho sempre sudato al pensiero di salire le scale del portellone. Incredibile, vero? Questo 2017, per un motivo e per un altro, mi ha costretta a prendere più volte l’aereo di quanto non abbia fatto con macchina e treno, portandomi da una situazione di panico pre-partenza a quella opposta in cui mi addormento con le cuffie ancora prima di decollare (tanto le uscite di sicurezza le controllo sempre quando salgo, tranquilli!)

 

  • Ho imparato lo spagnolo: 6 mesi alle Canarie e un viaggio a Valencia. Nuovi amici spagnoli a profusione (Andalusia, Catalogna, Galizia, poco importa, tanto sono tutte persone speciali… delle quali cogliere gli accenti più particolari!). E una certezza: continuando a vivere alle Canarie e viaggiando per la Spagna posso solo che migliorare!


  • Ho imparato come fare un videoclip: nonostante le apparenze, sono una persona all’antica. Al computer preferisco carta e penna e agli audio di whatsapp (anche se le mie amiche stentano a crederlo quando lo dico) preferisco le lunghe chiacchierate faccia a faccia. Eppure, a novembre 2017 ho partecipato ad un workshop per operatori della gioventù e blogger in Portogallo nel quale ho imparato a montare un videoclip con tanto di voice over (la mia, con un lavoro di self control notevole), oltre a musica, immagini e video. Strumenti che nel 2018 impiegherò per i miei progetti futuri (anche se continuo a non saltare dalla gioia quando apro I-Movie, sia chiaro…)

 Valencia - Melania Romanelli

  • Ho viaggiato lavorando, lavorato viaggiando: il momento in cui ho capito che il mio sogno di lavorare viaggiando si stava avverando è stato quando a Montreal, viaggiando da sola, in tre giorni ho visitato la città, fatto shopping, preso caffè, scritto mail dal McDonald’s e inviato articoli con la connessione inimitabile di Starbucks. Yes, we can!!! E we must! Possiamo e dobbiamo lavorare viaggiando!


  • Ho lanciato la mia comunità Instagram. Ho aperto Instagram qualche anno fa, ma solo quest’anno ho davvero capito quanto Instagram mi abbia regalato la possibilità di connettermi con tanti viaggiatori, menti esploratrici e comunità di persone così tremendamente simili a me. Travel blogger che viaggiano da soli/e, wanderluster che affrontano sfide impossibili (compresa la nobile arte del mangiare larve e vermi fritti), scrittori emergenti con i quali scambiare libri e consigli di lettura, fotografi capaci di fissare momenti indimenticabili in giro per il mondo. Tutto questo è linfa vitale per la mia vita personale e per il mio lavoro, ed è grazie a questa crescita continua che oggi posso stringere virtualmente la mano a quasi 5500 anime, alle quali va tutta la mia gratitudine per seguirmi con così tanto affetto!

lanzarote montagna roja

2017 step by step: cosa ho imparato

  • Ho imparato a viaggiare da sola: ho capito che il mondo è un luogo grande e sconfinato e che non c’è niente di meglio che scoprirlo con la sola forza delle mie braccia.
  • Ho imparato a gestire un set fotografico e dei modelli indisciplinati.
  • Ho imparato a meditare.
  • Ho imparato a lasciar andare.
  • Ho imparato a selezionare i pensieri e a regalare vibrazioni positive alle persone intorno a me.
  • Ho imparato a passare più tempo sola con me stessa e con la mia creatività.
  • Ho imparato il valore del quality time, gestendo il mio tempo facendo solo le cose che mi piacciono davvero: la vita è un brivido che vola via, ed è nostro compito cercare l’equilibrio sopra la follia, come diceva Vasco.
  • Ho imparato che il tuo migliore amico può essere la persona che non hai ancora conosciuto

Melania Romanelli - Maspalomas Dunas

2018… cosa mi aspetta

  • Un’operazione importante e tanto sport, perché il benessere fisico e mentale viene prima di tutto.
  • Un trasferimento alle Canarie, perché tornare a pagare l’affitto significa investire sulle mie capacità senza timore.
  • Un viaggio a Barcellona con le amiche di sempre.
  • Un progetto lavorativo importantissimo, top secret, ma decisamente work in progress!
  • La nuova promozione del mio primo libro Spero Tutto Bene… e del secondo (in cantiere)!
  • Un viaggio (negli USA) con papà.
  • Un workshop a Londra con la scrittrice di Eat Pray Love Elizabeth Gilbert… con annesso Harry e Meghan sposi (Harry, te lo stiamo chiedendo tutte: ripensaci!).
  • Onorare il mio nuovo tatuaggio e progettare i viaggi per la seconda parte del 2018: Spagna in ogni dove, e poi Bali e Indonesia, India, Vietnam, Thailandia… e se avanza tempo anche Messico e Sud America!
  • Imparare il francese, per avere più chance con i ragazzi francesi (oltre ad una scusa in più per mangiare il pain au chocolat!).
  • Esercitarmi sulla mindfulness e sulla gratitudine.
  • Coltivare la mia community su Instagram dando valore alle cose che condivido ogni giorno con i miei follower. Con l’obiettivo di toccare quota 10.000 quanto prima!

melania romanelli lanzarote

Ultimo ma non per importanza il proposito più grande di tutti: aprirmi all’amore. All’amore verso me stessa, all’amore verso gli altri, all’amore verso una persona che sta per arrivare (che non appartenga assolutamente alla categoria dei 6 tipi di uomini da evitare, ovviamente). Perché qualunque percorso personale ha bisogno di viaggiare sempre a gonfie vele… e cosa c’è di meglio di farlo in compagnia?

Buon 2018 a tutti

Melania

P.S. Ve l’ho già detto che sogno di volare su una mongolfiera in Cappadocia?

 

2 mesi, tre tappe, tre piccoli souvenir di vita. Il mio viaggio tra Malta, Valencia e Lisbona!

Malta - Melania Romanelli

Sono quasi due mesi che non prendo carta e penna e aggiorno il mio blog. Lo so lo so, non va fatto, se no poi la cara vecchia zia Google si incavola perché non siamo andate a trovarla (e se non lo facciamo per un po’ niente regali poi :D). Still, come dicono gli inglesi, la vita di una blogger è fatta di come and go, di ida y vuelta, di andata e ritorno. E ho imparato sulla pelle che è solo andando che si può ritornare con qualcosa da dire. Quindi, eccomi qui, di ritorno da un lungo viaggio.

Come già sapete ho lavorato alle Canarie per 6 mesi. Sono stati mesi intensi, necessari, che non baratterei con nulla al mondo (se non l’avete ancora letto potete trovare il mio diario delle Isole Canarie qui). Come ogni esperienza meravigliosa che capita nella nostra vita, però, ha avuto un tempo importante, indispensabile, ma limitato. In 6 mesi ho preso tanto, appreso ancora di più e messo in pratica per sempre. Direi che non è male in un arco temporale tutto sommato concentrato, specie considerando l’andamento lento e ciclico in cui si inciampa e ci si rialza a ritmo delle maree.

2 mesi, dunque. Cosa ho fatto in questo tempo? Semplicemente, ho viaggiato. Ho ripreso lo zaino e mi sono rimessa in cammino, spinta dal desiderio di raccogliere quanta più sabbia, sassi, colori, profumi, sapori, persone, strumenti e mappe del tesoro possibili. L’urgenza, la mia fedele amica che non mi abbandona mai, l’humus che mi spinge a vivere il momento, ad essere nel tempo presente, per non rischiare di rimpiangere anche un solo minuto che ci è concesso su questo pianeta, è tornata ad afferrarmi. Dunque, zaino in spalla e si parte.

2 mesi in viaggio, tre tappe, tre piccoli morsi di vita: Malta, crocevia di culture da esplorare morso dopo morso; Valencia, assaggi di un futuro che parla latino; Lisbona/ Évora, un posto dell’anima dal quale ripartire con un nuovo sapore.

Malta - Valletta

Malta. Crema e blu. I colori delle costruzioni e delle case, i colori del mare. Ecco cosa mi viene in mente pensando a Malta. Complice il tempo spettacolare che ho trovato ad ottobre, Malta mi ha sorpresa nella sua caleidoscopica tranquillità. Un posto incantevole, bellissimo, illuminato dal sole e dalla solarità dei suoi abitanti. Un posto ricco di culture diverse, pieno di storie che allacciano nodi con momenti lontani della Storia dell’umanità (quella con la S maiuscola), e che si ritrovano nei volti delle persone che ho incontrato nel porto di Msida, nella capitale Valletta e nella antica città Mdina. Romana, spagnola, inglese, francese, sono solo alcune delle culture che hanno albergato nella piccola isola (e nelle isole principali che assieme a lei compongono l’Arcipelago Maltese, quali Gozo e Comino), che essendo al centro del Mediterraneo è stata per anni il punto di approdo di tanti immigrati provenienti dall’Algeria, dalla Tunisia, dall’Egitto, da Cipro, dalla Grecia e dalle isole italiane ioniche oltre che da Lampedusa e dalla Sicilia. A proposito di italiani. Malta è ricca di attività, bar e ristoranti italiani, specie nella zona portuale che da Msida conduce a Valletta. Sorrisi, occhi vispi e movida notturna – che si snoda nei quartieri di Paceville e St. Julian’s – vi porteranno dritti al cuore pulsante di un’isola ricca di cultura e da scoprire angolo dopo angolo. Io ho visitato solo alcuni degli scorci più suggestivi di Malta, e per questo motivo mi sono ripromessa di tornarci presto per raccogliere materiale e storie da narrare… È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo no? Stay tuned 😀

Valencia - Melania Romanelli

Valencia. Sono andata a Valencia in avanscoperta, per studiare un po’ l’ambiente nel quale mi piacerebbe vivere per un po’. La Spagna, lo spagnolo, sono nuove realtà per me che ho sempre masticato cultura anglosassone. E quindi succede che se la tua mente non preme l’interruttore giusto, ti ritrovi per un momento un piccolo pesce fuor d’acqua.  Divertente quando a Malta, ormai abituata all’infradito e alla pacatezza del popolo canario, parlavo in spagnolo a persone che mi guardavano curiosamente, rispondevano in inglese e chiedevano gentilmente di darmi una mossa… un remake 2017 del “Ragazzo di Campagna” di Renato Pozzetto, per capirci. Valencia, dunque. Ho girato prevalentemente a piedi, soggiornando in una struttura nel centro città gestita da Italiani. Pensando a Valencia penso alla semplicità, dei movimenti, del ritrovarsi. Ma penso anche alla complessità di strutture architettoniche avanguardiste, create dai migliori architetti mondiali a servizio di cittadini e turisti che anno dopo anno scoprono sempre più numerosi questa bellissima città, grande ma a misura d’uomo, economica e che allo stesso tempo pullula di eventi culturali. E penso, infine, alla ricchezza della sua cultura, che riverbera nel Mercato Centrale, il mercato rionale per eccellenza. Nello storio edificio del 1900, impreziosito dai meravigliosi azulejos, le mattonelle che accomunano a livello visivo la Spagna, le isole Canarie, il Portogallo e anche paesi del Nord Africa, primo tra tutti il Marocco, dunque, potrete assaggiare tutte le prelibatezze gastronomiche che questa città ci ha regalato. La paella, prima tra tutti, che proprio qui di tutte le città spagnole nasce nel secolo XV e XVI come piatto unico dei pastori facile da trasportare. Le tapas, i piatti combinati che rendono piacevole il pinchare, lo spizzicare tra delizie di formaggi, chorizo, salumi vari e jamon di ogni tipo. Le patata bravas, piatto tipico spagnolo fatto di patate che vengono prima bollite e poi fritte, accompagnate da una salsa piccante chiamata appunto “brava”. La Albufera de Valencia, ovvero uno stufato a base di patate, paprica, aglio ed anguille servito come una zuppa di pesce. Ultimi, ma non per importanza, la combo horchata e fartons: la prima è una bevanda molto dolce a base di chufa (cipero in italiano), un tubero che si sviluppa solo in terreni con delle proprietà particolari e che ha guadagnato per questo motivo la denominazione d’origine; i secondi sono dei biscotti dalla forma allungata e ricoperti di glassa, simili ai nostri savoiardi anche per gli ingredienti (farina 00, uova, zucchero). Insomma, da buona italiana, a Valencia ho inzuppato e ho mangiato!

Torre di Belem - Melania Romanelli

Lisbona/ Évora. Il viaggio che mi porta a Lisbona prima e Évora poi è un viaggio speciale, di quelli che possono cambiare la percezione del tuo mondo. Il Portogallo era un territorio per me completamente sconosciuto. Di quelli che immagini di un colore o dei quali evochi qualche particolare e poco più. Ci metto piede, mi affaccio alla finestra del bus, alzo lo sguardo. Una sola parola: I N C A N T O. Lisbona prima ed Évora poi sono state una scoperta piacevole e un momento di gioia incontaminata. Il cielo di novembre brillava di un blu mai visto prima, le strade di Lisbona erano piene di colori, suggestioni, micro-input da raccogliere e mettere da parte, le viuzze di Évora si inerpicavano per le collinette impertinenti e sfidanti, complici anche i sampietrini un po’ sbilenchi che dovevi stare attento a calpestare. Di nuovo, un raggio di luce e di colori ti riempiva gli occhi tanto che non potevi non sorridere: gli azulejos, le ceramiche dipinte a mano, gli abiti e gli accessori decorati e lavorati completamente in sughero (il sughero è un materiale tipico portoghese, un business mondiale importante e che qui viene chiamato “oro verde”) e i tipici negozietti di souvenir dove si trova un po’ di tutto e a poco prezzo, compreso il il gallo di Barcelos, (galo de Barcelos in lingua), una figura tipica del folclore portoghese. Di Évora vi parlerò nel prossimo post, perché è un luogo dove ho percorso un cammino particolare lungo 10 giorni e che voglio condividere con voi. Ma torniamo un attimo al gallo.

Evora - Melania Romanelli

Souvenir. La storia di questo gallo mi ha colpita particolarmente. Arriva dalla citta di Barcelos, nel Portogallo settentrionale, dove la leggenda narra di un povero pellegrino che, di ritorno da Santiago di Compostela, fu accusato di aver rubato l’argento da un proprietario locale. Alle strette di fronte al giudice, che stava pranzando con un galletto arrosto, il pellegrino proclamò sicuro la sua innocenza, così come era sicuro che il gallo nel piatto del giudice si sarebbe alzato e sarebbe corso via. Il giudice ovviamente non gli credette e lo condannò all’impiccagione. Eppure, proprio nel momento della sua esecuzione, il gallo si alzò e si mise a cantare. Corso sul luogo della condanna, il giudice trovò il pellegrino ancora vivo, pronto per essere salvato. Grazie al gallo.

Mi piace questa storia, che è un po’ la storia di noi viaggiatori. Siamo sempre pellegrini in cammino, calpestando luoghi e territori non nostri, afferrando pezzi di vita qui e lì con tutto ciò che abbiamo nel piatto: foto, storie, braccialetti, immagini, persone incontrate per un breve istante, sprazzi di vita che vorremmo portare a casa con noi. Ma la cosa che mi piace di più di questa leggenda è la fervida sicurezza del pellegrino, convinto che la sua fede l’avrebbe salvato. E non sto parlando della fede religiosa, ma la fiducia di chi sa di star percorrendo la propria strada. Lontano dai condizionamenti, impermeabile ai giudizi, sordo ai “No”, a chi dice che “è impossibile”, cieco all’immagine di se stesso che racconta il suo passato. Libero di essere ciò che vuole. Libero di amare se stesso. Libero di vivere.

 

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #10

To the moon and back

melania romanelli lanzarote

lanzarote montagna roja

 

Abruzzo, Marzo 2017.

5 mesi fa ero in Abruzzo a casa dei miei. La mia vita era appena ripresa a scorrere dopo 3 mesi passati in Canada e un libro pubblicato, e con una nuova e insolita routine: scrivevo i miei articoli, andavo in palestra, passavo il mio tempo a fagocitare serie tv e libri ordinati su Amazon (credo di aver battuto ogni record di ordini, ormai ero lo zimbello o forse dovrei dire l’incubo dei Corrieri Espressi). Non c’era nulla che non andasse. Eccetto me. Ero tornata ad essere resteless, smaniosa, insicura, ansiosa 24/7 e facilmente irascibile. Una di quelle persone che incontri alle Poste e ti aggredisce pensando che tu voglia scavalcarla mentre stai solo chiedendo il modulo da compilare all’inserviente di turno. Una persona come tante che avrebbe bisogno di uno psicoterapeuta per affrontare una volta per tutte i problemi che non sa di avere. Ma non divaghiamo.

Ad inizio anno, come ho già scritto in questo post, avevo espresso il desiderio di partire di nuovo e lavorare all’estero. “Voglio vedere le Canarie!”, ecco il mio desiderio. Ebbene, qualche mese dopo sono stata accontentata. Un colloquio su Skype (background della chiamata due palme mosse dal vento… ma che davvero?) e due giorni di agonia sul decidere (a proposito, ho già ringraziato i miei due pusher Patrizio e Vanessa per il loro costante supporto alle scelte più coraggiose da prendere? GRAZIE, seriamente eh) ed ero stata già selezionata per lavorare come fotografa a Lanzarote. Fotografa alle Canarie??? Ebbene sì.

Niente panico. Mi concentro sui preparativi ma non saranno lunghi. Due valigie di 23 kg e due bagagli a mano di indumenti ripotati dal Canada e mai indossati mi sono serviti da lezione: tutto ciò che mi serve è il mio Mac, un i-Phone e il cuore in mano aperto ad una nuova avventura.

Un po’ lo ammetto: mi vergognavo all’idea di fare un’esperienza che avrei forse dovuto fare a 25 anni e non a 34, ma non importa. Sono dettagli “anagrafici” irrilevanti quando stai capendo cosa vuoi davvero diventare nella vita, when you want to figure out life, come dicono gli americani. Sono piuttosto momenti “spirituali”, che accadono quando sei pronto a riceverli e non prima, e non è giusto continuare a crocifiggerci per questo. È come quando incontri l’amore della tua vita nel momento sbagliato: ti sa di fregatura, di beffa, di un ingrato scherzo del destino. Che senso avrebbe, però, incontrare l’illuminazione quando non sei pronta? E quindi eccomi qui a 34 anni, spirito in poppa, pronta a godermi il viaggio passo dopo passo. Un viaggio che ha come prima tappa Lanzarote, l’isola diferente, un viaggio in paesaggi lunari che non ti aspetti, che ti destabilizzano e che ti lasciano senza fiato.

 

Lanzarote, Aprile 2017.

Ho passato a Lanzarote 10 giorni. I primi 10 giorni di prova di quello che per 5 mesi sarà il mio lavoro. Se ci ripenso adesso mi sembra passata una vita da allora. Sono stati 10 giorni duri, intensi, vissuti a pieno, come non mi capitava da tantissimo tempo. Venivo da un periodo di stanchezza emotiva, di nausea nei confronti di tante cose, anche di tanti modi di essere e di apparire di persone, che conoscessi da una vita o da due minuti poco importava. E ho trovato per 10 giorni un mondo che non mi aspettavo: paesaggi da togliere il fiato, tempi che si allungavano, persone capaci di darti tanto anche se ti conoscevano a malapena. Una casa pronta ad accogliermi. Persone speciali, RICCHE. Lo scrivo in grande perché ognuna di quelle persone mi ha dato tantissimo in quel pochissimo tempo che ci è stato concesso dal destino. Tempo speso lontani ma insieme, tempo speso a raccogliere pietre, sabbia, ricordi, momenti, tempo a scambiarci sudore, lacrime, risate. Tempo passato a parlare di arte, musica, rinascimento. Tempo speso a litigare su attori, film. Tempo insieme per sognare la prossima meta, raccontarci quella appena lasciata, metterci un po’ a nudo. È stato breve, ma è stato intenso. Dopo 10 giorni mi hanno assegnato la destinazione: Gran Canaria.

lanzarote casa formazione

 

Gran Canaria, Maggio 2017.

Ho pianto appena arrivata, un uragano reale (5 giorni di pioggia l’anno cadono in Gran Canaria, e il primo l’ho beccato io appena arrivata), pronto a lacrimare assieme a me, che di lacrime non sembravo averne abbastanza quel giorno (ho scoperto poco dopo che le mie riserve erano ancora belle cariche). Mi sentivo lacerata, strappata ad una quotidianità che in pochissimi istanti era già mia, in una casa che sapeva davvero di casa. E con persone da togliere il fiato, così come l’isola. Lanzarote. L’isola che non c’era. O almeno così credevo.

Gran Canaria Sud

“Sarai dove dovrai essere”. Una persona speciale mi aveva appena detto queste parole e, anche se non gli volevo credere, alla fine aveva ragione lei. Anzi, lui. Perché era un ragazzo con un cuore incompleto, imperfetto forse, ma del quale potevi comunque scorgere la regale grandezza. Non so dove sia finito ora, ci siamo sentiti qualche volta, ma non è davvero questo il punto. Ci siamo intrecciati per un breve attimo, e forse ci serviva solo quell’attimo per poter andare avanti per le nostre strade. Che essendo strade hanno sempre dei punti che si rincontrano, prima o poi.

Gran Canaria mi ha dato del filo da torcere. Ne ho parlato tanto e in maniera diffusa, e potete leggere tutto nei precedenti post di questo blog. Quello che voglio raccontarvi ora è come Gran Canaria sia stata davvero fondamentale per me, il luogo dove “dovevo essere” per poter essere qui e ora. Gran Canaria è un rito di passaggio, un luogo di sacrificio e di iniziazione, che non è concesso a tutti. Un’isola che ti mette di fronte alle tue paure, che funge da specchio riflettendoti con le tue imperfezioni. Senza pietà o sconti. Ecco perché ci finiscono le anime intrepide, indomite, pronte alla sfida anche quando non lo sanno e si sentono i più deboli sulla terra. È stato qui che ho ricominciato a respirare, dominando i respiri corti bilanciandoli con quelli più profondi, a colpi di diaframma. È stato qui che ho ricominciato a ridere, magari dopo un attacco di ansia, perché non ero sola. È stato qui che ho conosciuto una delle famiglie più belle che abbia mai avuto. Quelle famiglie in cammino, quelle che non ti lasci mai alle spalle anche quando ti allontani da loro. Le famiglie che ci scegliamo, che non hanno nulla da invidiare a quelle che ci sono state concesse quando siamo nati. Le famiglie fatte di persone che lottano, che toccano, che sperimentano, che sclerano, che piangono, che urlano, che vomitano, che litigano, che fanno pace, che fanno l’amore, che si abbracciano, che si ritrovano un solo giorno insieme. Un giorno che vale per sempre, come quando poi ti separi da loro. Sono loro, quelle persone, a valere per sempre. E di questo sarò sempre grata a Gran Canaria.

Melania Romanelli Gran Canaria

faro di maspalomas - melania romanelli

 

Lanzarote, Settembre 2017.

4 mesi dopo torno a Lanzarote. La sensazione è quella che ho già provato appena ci sono arrivata la prima volta. To the moon and back, ritorno sulla luna, appunto. Appena atterri sulla luna tutto ti sembra meravigliosamente nuovo. Poi ti capita di partire e di ritornare, e quando ritorni hai una sensazione di familiare mista ad un piccolo barlume di disappunto quando realizzi che perderai sempre la magia della prima volta. È un piccolo barlume, ma c’è, ed è dedicato solo ai posti che ti lasciano senza respiro. Il respiro, dicevamo. Finalmente recupero il ritmo regolare, perché qui di spazio visivo ce n’è da vendere. Le vette delle montagne sono gentili, l’aria è energica, il vento ti spinge più in là. Passeggiando sul paesaggio lunare del Timanfaya vivo davvero un momento di pace e raccoglimento che non provavo da tempo.

timanfaya melania romanelli

Sono qui, nella mia casa di Costa Teguise, a due passi dal mare. Ho tenuto queste pagine dell’ultimo post del diario delle Isole Canarie nel cassetto per tanto tempo. Aspettando il momento giusto per scriverle e condividerle. Questo momento è arrivato. Perché quando ti senti illuminata tutto cambia improvvisamente. Irrimediabilmente. Ti senti leggera. Apri gli occhi e osservi il mondo con lenti filtrate. Tutto si fa più nitido. Un mattino limpido, una canzone che risuona nelle orecchie, il tuo sorriso involontario, spontaneo. Ad un tratto, tutto diventa più chiaro. Anche se non è ancora a portata di mano, sai di essere sulla strada giusta. Perché la vedi. Quando dai il bentornato a te stesso, è a quel punto che arriva la luce. Una luce immensa. Uno sguardo che trattiene a stento lo stupore. Uno sguardo che non contiene la vista, tanta è la bellezza lì fuori, tanto è lo stupore qui davanti. Hai voglia improvvisamente di vedere, capire, sorridere, cantare, sperimentare, comporre, scattare, ricordare, emozionare, voglia di sentire, voglia di vivere. E voglia di amare. Ho sempre avuto paura di fare queste cose, quasi un boicottaggio involontario in una misera esistenza. O forse dovrei dire che ho sempre rincorso l’equilibrio, afferrandolo in luoghi dove pensavo potessi trovarlo senza sforzo. Nel cibo, nelle passioni, nelle persone. Le afferravo e ne risucchiavo l’energia, fino a sentirci tutti svuotati. Me per prima. Eppure, sotto il Dedo de Dios (del quale ho parlato in questo post), mi sentivo finalmente dove volevo essere. E con chi. Una sovrapposizione perfetta di filo rosso e filo blu della vita e del destino. Mi sbagliavo, di nuovo, perché non ero ancora pronta. Perché era un equilibrio precario. Siamo un pendolo che oscilla a destra e sinistra. C’è un istante in cui ci sembra di stare immobili, in equilibrio perfetto, ma poi torna di nuovo il vento a soffiare forte. E che ci succede? Che cadiamo di nuovo, se non siamo ben equipaggiati. Mi mancava un passo da fare verso il vero balance.

el dedo de dios Melania Romanelli

Arrendermi, lasciar andare. Trovare il vero equilibrio dentro di me accogliendo tutte le mie parti. Quelle che mi piacciono e quelle che non mi piacciono. Quelle forti e quelle deboli. Specie le deboli, che più delle altre hanno bisogno di un abbraccio stretto. Più facile a dirsi che a farsi, no? Eppure, quando conosci qualcuno o qualcosa di imprevisto ti accade è normale accusare il colpo. Diamo la colpa al destino, diamo la colpa a Dio, diamo la colpa agli altri, dimenticandoci di un’altra variabile importante: noi. Siamo così distanti da noi stessi ma così vicini al muro di mattoni che ci blocca che non siamo capaci di vedere così da vicino. Diventiamo ciechi, dimenticando che di fronte a noi non abbiamo solo squali pronti a sbranarci. Ma pezzi di anime, e sono fragili, specie quelle più resilienti a cui pensi di non poter dare nulla perché si sono già prese tutto. Anche loro hanno le loro debolezze, insicurezze, dei punti di contatto che proprio perché sono tali si possono toccare, squarci vivi nella perdizione degli occhi. Sta solo a noi decidere se stare a guardare, continuare a lottare restando ai margini oppure toglierci le scarpe e camminare a piedi nudi senza paura di ferirci. Se camminiamo controllando le parti scivolose e restando fermi con i piedi sulla roccia c’è meno rischio di cadere, anche se il terreno resta scivoloso.

Let go, dunque. Lasciar andare la smania di controllo di tutto e tutti. Lasciar andare la preoccupazione di non poter arrivare, di dover rendere conto, l’ansia da prestazione che ci insegue anche alla cassa del supermercato. Lasciar andare e fare in modo di vivere le piccole cose che nella vita ci rendono felici. Mangia, prega, ama. E respira. L’universo e il karma penseranno a tutto il resto.

Sono partita con un bagaglio leggero, e quando tornerò lo farò con un bagaglio ancora più leggero. Di cose. Perché il bagaglio di esperienze, di emozioni, di persone… quello sì che è un bagaglio pesante! MR. Sono le iniziali delle due persone che porto nel cuore e per cui la gratitudine è grande. Elisabeth Gilbert dice che ogni persona che incontriamo è per noi un’insegnante. Quello che so è che queste due persone sono molto più di questo. Pur avendomi insegnato tanto, mi hanno ridato la capacità di ridere. Di una stupida smorfia fatta dietro le spalle dei clienti ignari (oops, beccata!), di un tatuaggio diviso a metà, di momenti gratuiti di psicopatica isteria femminile, di una battuta ripetuta allo sfinimento, di un profumatore per ambienti “fai da te” dentro un’auto a noleggio, di una noiosa canzone che va avanti da secoli, di un barattolo di cereali sognato e rovesciato per terra un momento dopo, di una lotta fisica a colpi di solletico (nella quale ho perso). MR. Sono anche le mie iniziali. Tutto torna in maniera circolare quando sei sulla strada giusta. Trovando loro sto ritrovando me stessa.

felipe eat pray love

espiral canaria Melania Romanelli

 

Hit the road again, torna a camminare di nuovo, perché la strada è lontana dall’essere terminata. Nel frattempo… voglio essere grata, voglio stare fuori, voglio rimanere affacciata, voglio pendere dalla balaustra, voglio sentire il vento sulla faccia, una canzone d’amore perfetta nelle orecchie, voglio amare di un amore puro e incontaminato. E voglio vedere lo spettacolo che è questa vita che abbiamo proprio di fronte a noi. Spalanco le braccia, perché l’universo deve sapere che finalmente sono pronta a riceverla tutta insieme. E ora? Stay tuned…

Melania Romanelli - Gran Canaria - Roque Nublo

 

 

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #9

el dedo de dios Melania Romanelli

espiral canaria Melania Romanelli

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22 Maggio. Alzo lo sguardo. Tra i fasci di luce immensi che mi colpiscono, tanto il sole è alto sopra di me, riesco finalmente a scorgere l’ombra massiccia della roccia nera. Il Dedo De Dios, che punta il dito al cielo scrutando nello stesso momento anche ciò che accade al di sotto, mi osserva senza pietà. Mi trovo nella parte nord dell’isola, ad Agaete, e il paesaggio che si apre alla mia vista è quello di Puerto de las Nieves, una delle punte più strategiche di Gran Canaria. Da qui, infatti, partono i traghetti alla volta di Tenerife, oltre a tanti altri collegamenti verso altre zone turistiche dell’isola. La roccia è alta, possente, ben sedimentata. Eppure… il vento forte che qui è un abitante conosciuto quasi riesce a smuoverla. Oscilla il Dedo, quasi a voler ricordare a tutti che no, ancora non abbiamo capito tutto ciò che ci succede. Se siamo qui ad osservarlo, se siamo ancora qui a Gran Canaria, l’isola del sacrificio, è davvero perché dobbiamo esserci ancora. Dicono che il Dedo de Dios rappresenti anticamente il Chakra divino del Terzo Occhio, che può essere pensato come ad una bussola, una stella polare personale che alberga dentro di te, che ti guida nei momenti bui e che ti apre la luce verso le zone d’ombra del passato, illuminandole, interpretandone i segnali e collegandole al presente e, cosa ancora più importante, al futuro.

22 Agosto. Mi trovo proprio qui, ora, di nuovo sotto il Dedo. La stessa vista, ma uno sguardo completamente differente. Guardo al passato, riuscendo finalmente a collegare i punti. Quegli stessi punti che se prima mi sembravano senza senso ora finalmente costruiscono traiettorie, percorsi, costellazioni di idee, immagini, luoghi, persone, segni, oggetti, sensazioni, lacrime, risate, versi, parole e segni che restano per sempre sulla pelle. Guardando al presente, con l’ottica del sacrificio, della tranquillità senza il lusso, da un posto solitario, non di solitudine, ma necessario per andare avanti col vento in poppa verso il futuro. Il futuro… per una volta non spaventa, non pare una polvere nebulosa, ma sembra proprio visibile nella traiettoria che il Dedo mi disegna in cielo, e che si riflette in terra.

La prima cosa che mi hanno detto appena arrivata su quest’isola è che ogni isola Canaria rappresenta un Chakra specifico. Quello di Gran Canaria è quello Laringeo, la “connessione con la nostra volontà divina”, che permette di ascoltare ciò che abbiamo dentro di noi per decidere e per dare agli altri. La parola che guida il Sesto Chakra è “Ajna”, che significa conoscere, percepire ma anche “comandare”, ovvero avere il controllo, guidare la nostra mente verso la ricerca e la conquista della verità dentro di noi. Essere in equilibrio con questo Chakra, dunque, consente di mantenerci connessi con il Divino e anche con le energie che sono intorno a noi. Sono due settimane che ho mal di gola, senza una apparente ragione, e non accenna a smettere. E non credo che il fatto che parli tanto c’entri, per me che di parlare tanto l’ho sempre fatto. È forse il Chakra dell’isola che mi sta indicando sul serio la strada giusta? Come quando un punto del tuo corpo ti fa male proprio per richiamare l’attenzione?

Passato, presente e futuro, dunque. Dopo 3 mesi, finalmente vedo più chiaro. Le traiettorie che ho intrapreso 3 mesi fa tornano a me in maniera incredibilmente circolare, come la spirale canaria che ho impresso sulla mia spalla destra: sono persone, incontrate perse ritrovate, sono oggetti, raccolti e fatti propri, sono simboli, scoperti ricercati e tatuati, sono luoghi, vissuti e rivissuti in maniera diversa e quasi per sbaglio. E sono emozioni, indecifrabili all’inizio ma cristalline alla fine.

las pintaderas canarias

Quando arrivi in un posto non sai davvero cosa ti aspetta. Non puoi fare altro che stare al gioco con quello che la volontà divina, appunto, ti consegna senza che tu chieda nulla: un giro in macchina con uno sconosciuto che diventerà presto la stella polare più luminosa di tutte, le serate a chiacchierare della quotidianità pronte a trasformarsi in discorsi sul senso della vita andando giù dritti verso le viscere, una routine costruita con fatica che ruba spazio agli attacchi di panico e alle altalene emotive, una lotta fianco a fianco contro l’isola del sacrificio, una cena in riva al mare al sapore di mango e avocado, una canzone cercata per mesi che arriva proprio al momento giusto… quando stai per partire. Di nuovo, senza fermarsi mai, se non con il pensiero a quei momenti che rendono la vita degna di essere vissuta con tutto l’amore incondizionato del mondo. Anche se poi, alla fine, arriva sempre il momento dell’arrivederci.

caffè Mogan

L’impegno che possiamo prendere in questo eterno viaggio alla ricerca del luogo di pace dentro e fuori di noi è che comunque, nonostante tutto, il nostro saluto momentaneo non sarà mai un addio.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #8

 

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Las Canteras- Las Palmas de Gran Canaria

Oggi voglio parlarvi di Las Palmas di Gran Canaria (in uso comune è semplicemente Las Palmas), il capoluogo dell’omonima provincia situata a nord dell’isola. Insieme a Santa Cruz di Tenerife, Las Palmas di Gran Canaria è la capitale della comunità autonoma delle Isole Canarie. Las Palmas è una città che conta circa 380.000 abitanti, la più popolosa delle Canarie e anche una delle più importanti dell’intera Spagna. Ricca di storia, è stata da sempre uno scalo importante per le rotte verso le Americhe, tanto che conta tra i personaggi di rilievo che l’hanno vissuta anche alcune tappe di Cristoforo Colombo, fattore che ha contribuito a renderla un crocevia di culture e di vivacità.

Dopo due ore di strade a strapiombo sull’oceano, strade impervie, proprio quelle strette e piene di curve nelle quali pensi spesso di poter cadere giù da un momento all’altro (pur fidandoti ciecamente degli autisti spericolati che li guidano… e chiunque è stato in Costiera Amalfitana sa di cosa sto parlando), finalmente metto i piedi a terra. Tanto è il senso di pura energia che mi invade che la sensazione di nausea del viaggio scompare subito, lasciando il posto a una forte curiosità e al desiderio di scoprire le meraviglie di questa immensa città. La città, infatti, mi dà una bella carica, briciole di quella sensazione di “casa” che qui sull’isola faccio ancora fatica a trovare.

Las Palmas de Gran Canaria

La prima cosa che colpisce sono i colori. Nella strada verso il centro, prima di raggiungere il terminal dei Guagua (così li chiamano qui gli autobus blu con gli autisti spericolati) nel parco di San Telmo, infatti, si staglia il quartiere residenziale di San Cristobal, ricco di casette basse arroccate sulle montagne dai colori caldi: il rosso, l’arancione, il giallo, con qualche punta di verde acqua. Un saluto ai viaggiatori che hanno deciso di passare qui un istante del loro percorso, una promessa di un tempo speso bene in città, senza dimenticare le origini umili dei suoi abitanti. Pennellate giocose in un cielo sempre un po’ nuvoloso.

Vegueta - Las Palmas de Gran Canaria

La seconda cosa sono le persone. Durante il mio lavoro come fotografa mi capita spesso, tra i tanti abitanti di altri paesini canari, di conoscere dei clienti della capitale. E te lo dicono con una punta di orgoglio, di essere cittadini, qui a Mogàn, che al contrario è un paesino di pescatori. Ci tengono. Gli abitanti di Las Palmas li riconosci: impegnati, dallo stile originale. Eleganti, un po’ formali, ma pieni di interessi. Un motivo in più per aggirarsi nel quartiere universitario e storico, Vegueta. Vegueta è un luogo magnifico: stradine inerpicate su collinette, sampietrini, case antiche, sulle quali si erge la storica Cattedrale di Sant’Anna. I colori prevalenti sono quelli del bianco e del grigio, con uno stile neoclassico esterno e con punte di tardo gotico all’interno. La Cattedrale ospita alcune opere d’arte, tra le quali il Cristo di Luján Pérez che troneggia nella sala capitolare, e la Virgen de los Dolores de Vegueta.

Museo Canario - Melania Romanelli

La terza cosa che colpisce di Las Palmas è la sua storia. Due sono le attrazioni principali sulle quali soffermarsi per un breve tour: il Museo Canario e la Casa Museo di Cristoforo Colombo (Casa Museo de Colón), entrambi situati nelle stradine di Vegueta. Il Museo Canario colpisce perché narra, attraverso due piani di sale, la storia della popolazione aborigena dell’isola di Gran Canaria, gli antichi Canarii, con punte che toccano ovviamente anche le narrazioni delle altre 6 Isole, indissolubilmente legate tra loro nel corso dei secoli. La collezione è davvero ricca, e vanta una selezione di resti antropologici e ossei, riproduzioni delle antiche caverne dipinte, oltre ai sudari e ai luoghi di sepoltura dei morti. Degni di nota sono le collezioni degli idoli canari (il più famoso è l’idolo di Tara) e alcuni sigilli familiari chiamati pintaderas, ricchi di rimandi ancestrali e significati simbolici (dei quali vi parlerò nei prossimi post). Grazie alla Casa Museo di Colón, invece, è possibile ripercorrere un viaggio magnifico attraverso la storia americana: l’America prima della scoperta, i viaggi di Colombo prima dell’arrivo definitivo (con tappa strategica proprio a Las Palmas e nell’isola di El Hierro, sia per riposo che per riparazioni della nave Pinta), oltre alla storia delle Isole Canarie, un polo strategico e una base proprio per continuare le esplorazioni del Nuovo Mondo.

Museo Canario - Melania Romanelli

Il quarto e ultimo tip per visitare Gran Canaria sono le spiagge. La prima è la famosissima spiaggia di Las Canteras, nella punta nord della città, piena di frequentatori, abitanti della città e di migliaia di turisti che la affollano. Grazie alla sua grandezza, l’orizzonte delle montagne e, fattore importantissimo, il suo clima perfetto durante tutto l’anno, nel 2013 Las Canteras si è piazzata al decimo posto nella classifica di gradimento spagnola “Travellers Choice Playas”. Anche se Las Palmas rispetto al sud dell’Isola è sempre un po’ nuvolosa, nel 1996 uno studio americano ha decretato il clima di questa città come il migliore al mondo. Nonostante siano passati più di 20 anni da quello studio, considerando che sull’intera isola la temperatura media è sempre di 22 gradi con solo 5 giorni di pioggia annui, in effetti come dargli torto? La seconda spiaggia, più piccola e più isolata, si trova di fronte al quartiere San Cristobal, nell’arrivo in città dalla routa dell’Aeroporto. Playa de la Laja, il nome di questa piccola perla, è una spiaggia di origine vulcanica, dalla sabbia sottile e dal colore grigio scuro che ricorda appunto, i paesaggi lunari di lava vulcanica. La Laja è perfetta se cercate un piccolo rifugio dal caos di Las Canteras.

Las Lajas - Las Palmas de Gran Canaria

Con il suo mix di stili differenti, piccole imperfezioni ma tanta tanta vitale curiosità, Las Palmas è una meta obbligatoria per chiunque arrivi a Gran Canaria, di certo una delle piccole gioie di un’isola strana e tutta da scoprire.

Photo Credits Las Lajas GKPhotoPasion

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #7

Gracias - Melania Romanelli

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Dal cibo per lo stomaco al cibo per l’anima. Si dice che gli abitanti delle isole, gli “isolani”, come siamo abituati a chiamarli, siano persone particolari. Persone un po’ lunatiche, mai banali, ricche di momenti di solitudine alternati a momenti di estrema convivialità. Persone generose ma diffidenti, almeno all’inizio, da prendere con le pinze, poi con i guanti e, infine, per mano. Persone che hanno bisogno di mantenere uno spazio fisico che, chi non appartiene all’isola, in effetti, sta togliendo loro. Perché l’isola, come spazio, se ci pensiamo bene ha una dimensione fortemente limitata (e limitante). È finita, definita, delimitata. E loro, gli isolani, hanno bisogno di proteggerla da chi vuole risucchiarne dei pezzetti importanti, che ti fanno respirare, pezzetti vitali. Perché per loro tu sarai sempre l’“estraneo”.

Vivo su un’isola da ormai quasi tre mesi. Un tempo infinito, se ci penso bene, in uno spazio stretto. Anzi, ri-stretto, visto che qui a Gran Canaria Sud si continua a costruire restringendo sempre di più le montagne. E in effetti mi sento ancora estranea a ciò che mi circonda. Un’aliena venuta dal continente che fa fatica ad abituarsi a tante cose. Devo dire che quest’isola ti mette a dura prova, proprio per la sua conformazione spaziale. Sono molti i posticini nella zona Sud pieni di gente, ma pur sempre confinati in spazi chiusi da montagne alte, rocciose, impervie, che non si possono superare con un passo facile. Non c’è indipendenza o semplicità, qui. Si vive in perenne necessità, in continua attesa, in costante movimento rallentato. Lo spazio è angusto. Il tempo è relativo. Ma ad accorgersene sono solo gli estranei, appunto. Gli isolani sono abituati così. Hanno i loro tempi, hanno i loro modi, hanno le loro priorità. Che molto spesso non coincidono con le tue, e se loro lo sanno ecco che la sfida diventa ancora più pressante.

E in questa “partita”, poi, ci si mette anche l’isola. L’isola è un po’ mamma e un po’ strega: o ti abbraccia, non lasciandoti più andare, o ti respinge, innalzando muri e montagne ancora più alte di quelle che ti girano intorno, consapevole che così facendo ti spingerà presto altrove, dove sarà il tuo posto reale.

Eppure. Sono fermamente convinta che per tutto ci sia un motivo. Anche nel luogo che abitiamo per un po’. Una volta una persona speciale mi ha detto: “non ti preoccupare di dove andrai domani, perché sarai sempre nel posto in cui dovrai essere”. Ci ho sempre creduto a questa cosa. Alla capacità della vita di sommare destini, volontà, karma, arbìtri e mixarli in un incomprensibile ma sempre necessario presente. Un presente che non manchiamo mai di rifiutare con tutte le nostre forze, che non vogliamo accettare, che ricacciamo indietro a colpi di malesseri fisici, attacchi di panico, crisi di pianto o momenti di depressione e solitudine.  Un presente che lottiamo affinché possa torna indietro e farci rimescolare le carte per cambiare qualunque cosa, o possa accelerare in avanti per far passare più in fretta il dolore. Quasi a voler selezionare già il capitolo che più ci piace come in un blue-ray premendo semplicemente play. Solo che la vita, ahimè, non ammette flash-forward. E nemmeno l’isola reale può replicare tutti quei salti temporali che abbiamo visto in Lost, che pur sempre vita isolana ci ha raccontato.

Sull’isola il tempo scorre con una velocità tutta sua. O sei troppo accelerato tu, mentre tutto intorno a te è fermo, oppure lei continua a scorrere implacabile quando tu vorresti solo fermarti, fare un bel respiro, e decidere il da farsi. Cosa resta da fare, dunque? Dopo tre mesi l’ho capito.

Aspettare. Aspettare di capire. Aspettare di capire il perché siamo nel posto in cui dobbiamo essere. Aspettare di pretendere di essere nel posto in cui vorremmo, una volta capito. Decidere di partire alla ricerca, di nuovo, con più forza, con una maggiore consapevolezza. Viaggiare, ancora. E trovare finalmente una botola, scoperchiarla senza paura, per vedere cosa c’è all’interno. Un elisir? Una persona che ci consigli quale pulsante premere per far ripartire tutto? Un sentiero battuto che ci indichi il cammino da percorrere?

Questo ancora non lo so. Di certo, però, so che sta per arrivare il momento di rimettersi in cammino.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e cosa mangio. #6

Arehucas - Melania Romanelli

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A Gran Canaria si mangia bene. Ok, mi avete beccata. Noi italiani, prima o poi, finiamo sempre con il parlare di cibo. È come se la conoscenza e anche la consapevolezza del luogo in cui viviamo, del nostro stare al mondo, del nostro sentirci parte di un qualcosa di più grande debba necessariamente passare attraverso il cibo. Del resto, se ci pensate bene, il corpo decide spesso per noi. Decide quando stiamo male, quando possiamo essere sereni. Decide l’andamento della nostra giornata e anche se rovinarci le vacanze con un improvviso e puntuale attacco di influenza poco prima della partenza. Il corpo, e questo ormai l’ho imparato a ripetizione intermittente sulla mia pelle, è un essere autonomo che va nutrito. Quindi meglio farlo bene!

Qui a Gran Canaria (ma ho il sentore in quasi tutta la Spagna e i suoi immensi arcipelaghi di isole), dunque, si mangia benissimo. E dire che io ho un rapporto tutto mio con il cibo. Eppure, se state per arrivare su questa strana isola (sul significato di “strano” in riferimento all’isola vi rimando ai precedenti post), non potrete più fare a meno de…

La distilleria del Ron ad Arucas

Il Gofio. Il gofio è un tipico alimento canario ricco di proprietà nutritive che fa parte della tradizione culinaria di Gran Canaria sin dai tempi dei Guanches, gli aborigeni delle isole Canarie.  Si tratta di una farina ricavata da alcune varietà di grano tostato (mais, oppure frumento), utilizzata come addensante di alcune zuppe o come ingrediente principale di torte dolci o salate, gelato e anche come condimento per carni. La particolarità di questa farina è proprio la sua tostatura, un processo che consente all’alimento di distruggere le tossine e restituire un prodotto sano e ricco di vitamine che fanno bene al nostro corpo. Dalle Canarie, il gofio è stato esportato anche nei Caraibi, a Cuba, Puerto Rico e Venezuela.

Il Gofio

 

Le Papas Arrugadas. Imprescindibili, salate, saporite. Buonissime. Le papas arrugadas sono le patate bollite più famose delle Isole Canarie. La loro particolarità sta tutta nella cottura e nella conservazione: prima in acqua salata e poi lasciate riposare di nuovo nel sale grosso (rigorosamente mantenendo la buccia), fino a quando non si creerà sulla pelle una leggera crosta. Per esaltarne il sapore vengono servite con il mojo rojo, un altro tipico (e meraviglioso) condimento canario.

Le papas arrugadas

Il Mojo verde e rojo. Il mojo è una tipica salsa delle isole canarie, utilizzata per accompagnare verdure, patate e piatti a base di carne e pesce. Gli ingredienti fondamentali della ricetta sono olio di oliva, aglio, sale e aceto, cui si aggiungono a seconda della preparazione e del piatto altri condimenti. A Gran Canaria ci sono due varianti di mojo: il verde, con prezzemolo e coriandolo utilizzato specie per accompagnare il pesce; il rojo (rosso) o picón (piccante), con aggiunta di paprica, famoso con piatti di carne e con le papas arrugadas (delle quali vi ho appena parlato). Avete già l’acquolina in bocca???

 

Il Polpo Fritto. Se c’è una cosa che non è difficile trovare a Gran Canaria è il pesce di prima qualità. Il polpo fritto, poi, non fa eccezioni. È un altro dei piatti tipici della Spagna, e a Gran Canaria se ne trovano di buonissimi ovunque. Un posto del cuore, qui a Gran Canaria: El Boya, nella frazione di Arguineguin El Pajar, nel Sud dell’isola. Il polpo è buonissimo, il prezzo davvero alla portata di tutti!

Il polpo fritto

Il Rum di Arucas. Al caramello, al cioccolato, alla menta, al miele. Nella fabbrica del Rum di Arucas (10 minuti dalla capitale Las Palmas) potrete assaggiare tantissime qualità di rum e godere della leggerezza del Ron Arehucas. I prezzi in fabbrica sono contenuti e la visita alla distilleria vale davvero la pena specie perché, girovagando tra le botti invecchiate, non solo è possibile divertirsi a scovare le firme dei tanti personaggi famosi che le hanno immortalate con la loro arte, ma anche godere del classico “profumo” delle vecchie cantine dei nonni. Un’esperienza sensoriale insolita e ricca di storia.

Le varianti di Rum Arehucas

Bienvenidos a Gran Canaria e soprattutto… buen provecho (buon appetito!)!

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #5

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Melania Romanelli Gran Canaria

Gran Canaria Sud

Parole, parole, parole.

Stamattina mi sono alzata presto con l’idea malsana, specie quando hai una fame boia già appena metti il primo piede fuori dal letto, di parlarvi di cibo. Si mangia bene, qui a Gran Canaria. Ho preparato la mia colazione salata, che spesso alterno a momenti di dolce impurità, e mi sono messa a scrivere, convinta che vi avrei parlato di mojo, gofio e papas arrugadas… E invece mi sono resa conto che ci sono alcune cose che ancora non vi ho raccontato, prima di cominciare a scrivere la mia pedissequa versione di Eat Pray Love concentrandomi sull’“Eat”. Come ho detto nel post #2, infatti, questa è un’isola strana, ruvida, ma che si lascia raccontare nella sua regale stranezza proprio grazie ad alcune parole chiave. E le parole, si sa, per chi scrive sono importanti, portatrici sane di traduzioni emotive. Ecco perché dopo due mesi di vita canaria ne sto custodendo tante, portandole con me come una salvifica giacca antivento. Eccone qualcuna che conservo gelosamente.

La prima, stupore. Ancora non ci credo di essere qui in questo posto nuovo, con 30 gradi fissi di giorno e 23 di notte, combattendo con l’umidità e con i capelli che hanno improvvisamente guadagnato un’anima (e un colore) tutti loro.

La seconda, scoperta. Questa è un’isola strana, a tratti difficile, ostica. Gli spazi aperti di fronte a te, che a Lanzarote ti venivano regalati con grande generosità e maestria, qui non sono per nulla facili da cercare. E da trovare. Cercare, è proprio questo il verbo esatto da utilizzare qui. Se vuoi qualcosa devi uscire fuori, prendere una cartina e iniziare a cercare. Gran Canaria è un’isola da scoprire, e questa scoperta è per gli esploratori più determinati, quelli che non si accontentano di ciò che gli viene dato loro. Quelli che hanno bisogno di altro rispetto al già dato, al comodo, allo stabilito, al facile.

La terza parola, impervia. È un’isola impervia. Le sue coste, specie nel Sur, sono alte e dure, roccia irta interrotta da calette spesso artificiali che non sempre ti lasciano toccare l’acqua dell’oceano. Le linee dell’autobus sono puntuali e organizzate, certo, e le strade sono facilmente percorribili se hai un mezzo tuo. Eppure… se al contrario ti piace camminare hai trovato pane per i tuoi denti. Quelle stesse rocce, domate come ho già spiegato nel post #4 da resort e complessi turistici 5 stelle lusso, sono talmente a picco che anche il viaggiatore più autonomo ci resta un po’ schiacciato sotto. La vista si blocca e non va oltre. Il tuo campo visivo è costretto a fermarsi dove l’isola decide, o dove ha già deciso per lei il resort. Hai poca possibilità di scelta. E se sei una persona abituata a scegliere, a mettersi in cammino, a cercare oltre la linea dell’orizzonte, a raggiungere la meta a vista d’occhio, Gran Canaria ti dà del filo da torcere. Ma è proprio qui che la sfida si fa interessante.

La quarta parola, infatti, è proprio sfida. È come un traguardo che vedi, ma che più corri e più sembra allontanarsi e sparire. È come una partita a poker alla quale stai partecipando senza che tu ne abbia poi tutta questa voglia. Challenge. Non è un’isola per femminucce, Gran Canaria. Ti mette nelle condizioni di sfidare anche te stesso. Ti lascia arrivare, ti scruta, ti mette in competizione e vince, almeno all’inizio. 100 % che sta vincendo lei. Sarà solo questione di tempo? Sarà perché vuole a calpestare la sua terra solo gli esploratori che non si arrendono, i più cocciuti, i più forti?

A pensarci bene i turisti selvaggi quest’isola li lascia ai margini, lasciandoli accontentare come i bambini di piccoli spazi di paradiso artificiale lontani dal frastuono delle metropoli o dal freddo delle cittadine nordeuropee, ma contornati di recinti trasparenti, illusione di libertà con limitate possibilità di movimento.

Gran Canaria Sud

Il cuore, l’autenticità vera, l’anima che vive nel centro della terra… quella è dedicata solo alle anime recalcitranti alla perenne ricerca di sé. Anime che non si accontentano. Anime che partono alla scoperta zaino in spalla, un velo di ansia misto all’urgenza di vedere. Di scavalcare quelle vette per recuperare la linea dell’orizzonte. Di immortalare lo spazio visivo che si cela alla vista, sì, ma che c’è. Basta solo mettersi in cammino e trovarlo, per arrivare, alla fine, a toccarne con mano l’autenticità.

La quinta parola, autenticità, ve la racconterò nel prossimo post (e sì, si parlerà finalmente di cibo!). Stay tuned.

 

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #4

Melania Romanelli - Gran Canaria - Roque Nublo

Ergo, Gran Canaria Sur.

Ci ho messo un po’ ad abituarmi a questo posto. Un po’ per colpa mia, devo essere onesta. Più passa il tempo più mi rendo conto di quanto il mio corpo risenta delle onde energetiche che lo circondano. A fargli pressione è un po’ il luogo che abita, anche solo per un breve periodo, un po’ il clima in condizioni di imperante meteoropatia (o SAD, Seasonal Affective Disorder, come lo chiamano gli inglesi con un acronimo degno di questo nome), un po’ per colpa dei vampiri energetici che succhiano via il sorriso e che vivono indisturbati in mezzo a noi.

Un po’, lo ammetto, anche per colpa sua. Perché quest’isola, come ho già scritto nel post #2 di questo blog delle Isole Canarie, è ruvida davvero. Ci mette un po’ a svelarsi, a renderti parte dello scenario. Appena arrivi ti guarda un po’ scontrosa: le montagne che si ergono a picco, rocciose, dal colore aspro che dà una sensazione di leggera supponenza; il mare sempre nascosto da calette, che però non assomigliano affatto a quelle zone di raro incanto svelate da alcuni scorci del sud d’Italia (eh sì, essere italiani ha tra i suoi lati positivi anche il fatto di avere l’occhio abituato alla bellezza, ed è una cosa alla quale non possiamo farci niente); le costruzioni inerpicate in maniera maldestra sulle rocce, espressione della recente urbanizzazione selvaggia e senza controllo che ha investito alcune Isole Canarie, che ti lasciano presto a domandarti da quale mente siano state pensate e ricavate. E soprattutto perché.

 

Melania Romanelli - Gran Canaria Sur

La sensazione a prima vista è quella di un’isola “domata”. Come i cavalli a passeggio per le città ma con le briglie tirate. Come i cavalli, nati liberi, aristocratici, e ora legati e costretti a sottostare alla volgarità di altri. La vita di Gran Canaria si piega di fronte a distese di alberghi 5 stelle lusso, palme trapiantate, erba verde perfetta e simmetricamente appiccicata, campo da golf che hanno preso il posto di distese sterrate, di sassi neri, di terra rossa e di tutto il caleidoscopio di colori tipici della terra, della montagna, della foresta. Provi rabbia, come reazione a questa ruvidezza. Il primo giorno che sono arrivata qui ha piovuto forte. Un uragano. Qui, che di solito piove 5 giorni all’anno. All’inizio è stato un capriccio incomprensibile. A distanza di quasi due mesi, però, oggi so il perché. Era un pianto, nemmeno tanto silenzioso. Una richiesta di aiuto rivolta a qualcuno incredulo ma disposto a sintonizzarsi, ad ascoltare, a prendersi cura. La voglia dell’isola di ribellarsi alla noncuranza dei tanti piedi bianchi e rossi abbrustoliti che la calpestano, teste che danno le spalle all’oceano per guardare il cemento, teste che guardano ma non osservano, teste che fanno acquisti mentre dietro di loro si staglia, silenzioso ma accecante, il tramonto più fucsia e rosa e arancione e blu cobalto che abbia mai visto. Gran Canaria Sur è come la foto con il flash: un raggio artificiale che riprende la sua bellezza ma ne altera i colori, rendendola finta con un solo click.

 

Faro di Maspalomas

Eppure al Faro di Maspalomas, che dalla spiaggia nera di Meloneras si raggiunge costeggiando l’elegante passeo dal quale respirare un’aria più libera, l’oceano è aggressivo. Il vento, d’altra parte, non gli lascia tregua. È il primo vero rigurgito di natura, di ribellione di un cavallo domato. Così come poco più avanti Las Dunas, con il suo lungo silenzio. Se il faro è ancora un punto legato alla zona delle gabbie dorate, può essere anche considerato uno spartiacque. Da qui, infatti, partono le famose dune di Maspalomas, una delle mete turistiche più conosciute del Sud dell’isola. La zona, che è considerata una riserva naturale resa franca dalla protezione stranamente lungimirante dell’uomo, finalmente regala spazio vitale alla vista. Silenzio e colori: caldi, quelli raggiungibili, freddi, quelli delle montagne che si scorgono non senza fatica guardando dietro, volgendo l’occhio all’orizzonte. Gli occhi non possono fare a meno di sorridere alla vista di quelle dune di sabbia e di quelle montagne, che hanno conservato un po’ della ancestrale maestosità dell’isola. Ancora vive. Ancora che resistono. Ancora, e perennemente, recalcitranti. Le teste bianche avranno sì raggiunto la costa, spremendola e domandola fin dove possibile, ma dentro al cuore, forse, non sono ancora arrivati. Dentro, è questo il nostro compito, non dovranno arrivare mai.

Las Dunas di Maspalomas

Da quel pianto, sotto le mentite spoglie di una pioggia torrenziale, sono passati ormai quasi due mesi pieni. Girando un po’, visitando alcuni paesini del nord, stupendomi di fronte alla distesa di palme che dal massiccio del Roque Nublo ravvivano il centro della Death Valley (vi parlerò del clima meraviglioso dell’Isola e dei suoi incredibili “quattro continenti” nei prossimi post), assaggiando i sapori forti della cucina canaria, mi rendo conto che sto facendo pian piano pace con l’isola. Mi sorprendo a pensarlo mentre dalle Dune mi dirigo verso l’infinita Playa de Inglés. Sono le 9 del mattino. Il mare a quest’ora mi dà una sensazione di casa. Finalmente, lontano da tutto e tutti, sento solo il rumore dell’oceano.