Cosa fare a Capodanno: GOODBYE 2017, WELCOME 2018!

 

Melania Romanelli Las Palmas
Amo la fine dell’anno.

Amo i riti portafortuna di Capodanno. Amo l’atmosfera che nasce in maniera spontanea ovunque si passeggi. Le chiacchiere al bar, i propositi per il nuovo anno, i concerti della notte del 31 dicembre, le previsioni astrali (attendo il solito Oroscopo 2018 di Paolo Fox segno per segno come un bambino che brama impaziente il suo giocattolo preferito!), i borbottii omnicomprensivi del periodo natalizio (che comprendono la dieta detox post-Natale e le immancabili ripercussioni del pranzo di Natale coi parenti), la corsa all’acquisto dell’intimo rosso per la notte di Capodanno (a proposito, già sapete cosa fare a Capodanno 2018?), le riflessioni sui 12 mesi appena trascorsi. In effetti Capodanno è un momento davvero cruciale, complicato, che costringe anche i più impegnati a guardarsi allo specchio, a riflettere su ciò che si è portato a casa, che si è imparato, che si è lasciato andare. E anche sui desideri e i goal da realizzare, per salutare il 2017 come si deve e dare il benvenuto al 2018!

Curiosissima nel conoscere i vostri propositi, ecco il mio 2017 di conquiste e lezioni… e anche le previsioni di come sarà il mio 2018 (altro che Paolo Fox!). Sì, perché la vita, che che ne dicano i gufi, possiamo davvero costruircela noi mattone su mattone!

Wanderlust - Melania Romanelli

 

2017 step by step: cosa ho conquistato

  • Ho fatto ritorno dal viaggio più importante della mia vita (fino ad ora). Come molti di voi sapranno, nell’ottobre 2016 sono partita per il Canada per 3 mesi. A prescindere dai luoghi meravigliosi che ho visitato (sui miei profili Instagram e Flickr trovate le immagini della mia esperienza!), e dalle persone magnifiche con le quali ho vissuto, quei 3 mesi sono stati fondamentali per me a livello personale e professionale. Proprio dal Canada ho costruito le premesse per la mia nuova vita, scoprendo il piacere di viaggiare da soli sfidando situazioni paradossali (bloccarsi nel ghiaccio con l’auto, fatto!) e il gelo delle notti del Québec. Il risultato è il mio libro, Spero Tutto Bene, che mi ha dato la possibilità di girare intervistando anime coraggiose che proprio in Canada hanno gettato l’ancora nel loro viaggio personale alla ricerca della felicità.

Niagara River Canada

 

  • Ho ritrovato la mia creatività. Il blocco dello scrittore esiste. Ne ho avuto la conferma per tutto il 2014, il 2015 e il 2016, anni segnanti ma privi di stimoli creativi. Rimettermi in moto mi ha finalmente costretta a momenti di solitudine, situazioni con zero connessione e connessioni, con solo me stessa a farmi compagnia. Il risultato sorprendente di tutto questo girovagare da sola è stato che, senza forzature, ho ripreso la penna in mano. E non solo quella! D’altra parte, come insegna Elizabeth Gilbert in Big Magic, la creatività può davvero conquistare ogni momento e aspetto della nostra vita!

  • Ho vissuto dentro una comunità musulmana a Londra. A marzo 2016, nel cuore dell’editing finale di Spero Tutto Bene, mai avrei immaginato di essere selezionata dalla mia collega Sumera Tariq per partecipare ad un summit mondiale a Londra con i membri della Comunità Islamica Ahmadiyya! Essere circondata da persone all’apparenza così diverse da me, osservare, odorare, toccare e vivere una cultura a me quasi sconosciuta è stata un’esperienza irripetibile e davvero emozionante. Se volete leggere il resoconto del mio viaggio nel cuore della comunità musulmana Ahmadiyya a Londra vi lascio al mio vecchio post!

Melania Romanelli - Sumera Tariq

 

  • Ho scoperto la fotografia. Ne sono sempre stata innamorata, l’ho corteggiata e nel 2017 l’ho finalmente conquistata! Grazie al mio viaggio tra Gran Canaria e Lanzarote (che ho raccontato in diversi post sul mio blog delle Isole Canarie) ho avuto la possibilità di lavorare come fotografa a stretto contatto con il mondo del turismo. Non solo ho avuto il piacere di visitare alcuni degli hotel più belli delle isole, tra cui hotel 5 stelle con spettacolari piscine infinity, ma ho potuto soprattutto parlare con persone provenienti da decine di nazioni differenti, comunicando con il linguaggio universale dell’empatia (visto che con il tedesco e il francese mi fermo a Ich Bin Melania e Merci beaucoup…). Come coronamento della mia continua sperimentazione, infine, ho avuto il piacere di partecipare alla recente mostra fotografica nel comune laziale di Rieti, nella quale sono state esposte alcune delle mie fotografie!

 

 

  • Ho finalmente sconfitto la mia eterna paura di viaggiare in aereo! Ebbene sì, ho paura di volare in aereo! Sarà che mi piacciono le trame catastrofiche (e tra i miei film e serie preferiti non mancano Alive – Sopravvissuti, Final Destination e Lost, che proprio non raccontano voli aerei all’insegna del buonumore, insomma), sarà che ho sempre la nausea ogni volta che il mio stomaco sobbalza, ma ho sempre sudato al pensiero di salire le scale del portellone. Incredibile, vero? Questo 2017, per un motivo e per un altro, mi ha costretta a prendere più volte l’aereo di quanto non abbia fatto con macchina e treno, portandomi da una situazione di panico pre-partenza a quella opposta in cui mi addormento con le cuffie ancora prima di decollare (tanto le uscite di sicurezza le controllo sempre quando salgo, tranquilli!)

 

  • Ho imparato lo spagnolo: 6 mesi alle Canarie e un viaggio a Valencia. Nuovi amici spagnoli a profusione (Andalusia, Catalogna, Galizia, poco importa, tanto sono tutte persone speciali… delle quali cogliere gli accenti più particolari!). E una certezza: continuando a vivere alle Canarie e viaggiando per la Spagna posso solo che migliorare!


  • Ho imparato come fare un videoclip: nonostante le apparenze, sono una persona all’antica. Al computer preferisco carta e penna e agli audio di whatsapp (anche se le mie amiche stentano a crederlo quando lo dico) preferisco le lunghe chiacchierate faccia a faccia. Eppure, a novembre 2017 ho partecipato ad un workshop per operatori della gioventù e blogger in Portogallo nel quale ho imparato a montare un videoclip con tanto di voice over (la mia, con un lavoro di self control notevole), oltre a musica, immagini e video. Strumenti che nel 2018 impiegherò per i miei progetti futuri (anche se continuo a non saltare dalla gioia quando apro I-Movie, sia chiaro…)

 Valencia - Melania Romanelli

  • Ho viaggiato lavorando, lavorato viaggiando: il momento in cui ho capito che il mio sogno di lavorare viaggiando si stava avverando è stato quando a Montreal, viaggiando da sola, in tre giorni ho visitato la città, fatto shopping, preso caffè, scritto mail dal McDonald’s e inviato articoli con la connessione inimitabile di Starbucks. Yes, we can!!! E we must! Possiamo e dobbiamo lavorare viaggiando!


  • Ho lanciato la mia comunità Instagram. Ho aperto Instagram qualche anno fa, ma solo quest’anno ho davvero capito quanto Instagram mi abbia regalato la possibilità di connettermi con tanti viaggiatori, menti esploratrici e comunità di persone così tremendamente simili a me. Travel blogger che viaggiano da soli/e, wanderluster che affrontano sfide impossibili (compresa la nobile arte del mangiare larve e vermi fritti), scrittori emergenti con i quali scambiare libri e consigli di lettura, fotografi capaci di fissare momenti indimenticabili in giro per il mondo. Tutto questo è linfa vitale per la mia vita personale e per il mio lavoro, ed è grazie a questa crescita continua che oggi posso stringere virtualmente la mano a quasi 5500 anime, alle quali va tutta la mia gratitudine per seguirmi con così tanto affetto!

lanzarote montagna roja

2017 step by step: cosa ho imparato

  • Ho imparato a viaggiare da sola: ho capito che il mondo è un luogo grande e sconfinato e che non c’è niente di meglio che scoprirlo con la sola forza delle mie braccia.
  • Ho imparato a gestire un set fotografico e dei modelli indisciplinati.
  • Ho imparato a meditare.
  • Ho imparato a lasciar andare.
  • Ho imparato a selezionare i pensieri e a regalare vibrazioni positive alle persone intorno a me.
  • Ho imparato a passare più tempo sola con me stessa e con la mia creatività.
  • Ho imparato il valore del quality time, gestendo il mio tempo facendo solo le cose che mi piacciono davvero: la vita è un brivido che vola via, ed è nostro compito cercare l’equilibrio sopra la follia, come diceva Vasco.
  • Ho imparato che il tuo migliore amico può essere la persona che non hai ancora conosciuto

Melania Romanelli - Maspalomas Dunas

2018… cosa mi aspetta

  • Un’operazione importante e tanto sport, perché il benessere fisico e mentale viene prima di tutto.
  • Un trasferimento alle Canarie, perché tornare a pagare l’affitto significa investire sulle mie capacità senza timore.
  • Un viaggio a Barcellona con le amiche di sempre.
  • Un progetto lavorativo importantissimo, top secret, ma decisamente work in progress!
  • La nuova promozione del mio primo libro Spero Tutto Bene… e del secondo (in cantiere)!
  • Un viaggio (negli USA) con papà.
  • Un workshop a Londra con la scrittrice di Eat Pray Love Elizabeth Gilbert… con annesso Harry e Meghan sposi (Harry, te lo stiamo chiedendo tutte: ripensaci!).
  • Onorare il mio nuovo tatuaggio e progettare i viaggi per la seconda parte del 2018: Spagna in ogni dove, e poi Bali e Indonesia, India, Vietnam, Thailandia… e se avanza tempo anche Messico e Sud America!
  • Imparare il francese, per avere più chance con i ragazzi francesi (oltre ad una scusa in più per mangiare il pain au chocolat!).
  • Esercitarmi sulla mindfulness e sulla gratitudine.
  • Coltivare la mia community su Instagram dando valore alle cose che condivido ogni giorno con i miei follower. Con l’obiettivo di toccare quota 10.000 quanto prima!

melania romanelli lanzarote

Ultimo ma non per importanza il proposito più grande di tutti: aprirmi all’amore. All’amore verso me stessa, all’amore verso gli altri, all’amore verso una persona che sta per arrivare (che non appartenga assolutamente alla categoria dei 6 tipi di uomini da evitare, ovviamente). Perché qualunque percorso personale ha bisogno di viaggiare sempre a gonfie vele… e cosa c’è di meglio di farlo in compagnia?

Buon 2018 a tutti

Melania

P.S. Ve l’ho già detto che sogno di volare su una mongolfiera in Cappadocia?

 

Le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale (e come reagire se ve le dicono!)

melania romanelli buon natale

Ci siamo. Thank God is Christmas, come dicono gli inglesi. Natale è arrivato! Come si fa a non amare il Natale? Le luci colorate e intermittenti, il camino acceso e scoppiettante, le canzoni di Mariah Carey, gli Wham e Micheal Bublè, ogni tipo di leccornia dolce e salata da gustare sentendosi un po’ meno in colpa, i regali sotto l’albero che aspettano di essere scartati, il torrone Pepitas e il pandoro Melegatti… eppure, sfido chiunque a non sentire un po’ di ansietta la mattina del 25 dicembre quando si avvicina, inesorabile e implacabile, il pranzo con i parenti!!!

A prescindere dal rapporto con i membri della vostra famiglia, infatti, alzi la mano chi non teme l’ennesimo commento impiccione, la sberla compiaciuta o il pizzicotto di una mano pesante (che di anni non ne abbiate più 3 ma 33 o 43 non sembra avere la benché minima rilevanza), o ancora il classico sguardo di malcelato disgusto a gelarvi proprio quando state per addentare il primo boccone di lasagna, sperando che non vi vada di traverso!?! Se non sapete di cosa parlo e per voi il 25 dicembre è tutto un sussulto di cori e sorrisi di giubilo, sotto a decidere il menù di Natale e organizzare il tombolone! Se invece fate parte della maggioranza delle persone e avete una classica famiglia farcita, ricca di cugini, fidanzati, zii, suocere e chi più ne ha più ne metta pronti con la lista inquisitoria degli argomenti più scomodi da trattare, eccovi servite le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale (e le tattiche su come reagire se ve le dicono per davvero) per scongiurare l’incidente diplomatico proprio quando dovremmo essere tutti più buoni!

luci natale

1. Come va il lavoro? A prima vista è una domanda innocua. Potrebbe nascere dal sincero interesse di sapere come ce la passiamo, specie in un ambiente dove spendiamo gran parte del tempo. E poi siamo noi a comandare la risposta, a decidere cosa dire e come dirlo, quali informazioni lasciare al pubblico ludibrio e quali tenere per noi, con la speranza di chiudere l’argomento in fretta e passare al successivo. Ma, come la più innocua delle domande, il risultato dipende dal lavoro che si fa. Un tempo bastava dire di essere postino, carrozziere, muratore, meccanico, idraulico e persino prostituta, che tutti sapevano benissimo quali erano le problematiche, le peculiarità e anche il relativo luogo comune per alleggerire un po’ il carico di stress. Ma provateci voi a rispondere al novello sposo di vostra cugina, che di mestiere fa il semplice e sempre verde impiegato dell’INPS, e che mentre succhiate un’oliva vi chiede: “Ma esattamente che vuol dire blogger?”. E mentre tu sei lì a sbracciarti animatamente snocciolando la bellezza di essere freelance, di poter lavorare dove vuoi e ai tuoi orari, anche al bar mentre ordini una tisana alla liquirizia o latte di avena e cereali (in quei rari luoghi illuminati dove ciò è possibile) lui assesta il suo micidiale colpo: “Sì scrivi, ho capito, ma esattamente che lavoro fai? Cioè come ti guadagni da vivere?”.

Tattica: se come me siete una scrittrice freelance, bisogna imparare una regola basilare per vivere senza stress le feste, qualunque esse siano. Per alcuni dei vostri interlocutori (non per tutti, vivaddio) scrivere non sarà mai un lavoro. Fine. Titoli di coda. Anche se cercate di convincerli non cambieranno mai idea. Non resta che respirare, contare fino a tre, e guardare negli occhi il malcapitato: “Mi guadagno da vivere facendo quello che amo di più al mondo. Credo che anche per te sia così, no?” (e se fare l’impiegato dell’INPS è il suo sogno divenuto realtà va benissimo così, beato lui e viva gli sposi ovviamente). Nella mia scena madre ho i capelli appena lavati, morbidi e ondulati con le beach waves, ma voi potete adattarla a vostro piacimento.

addobbi natale

2. Quando ci presenti qualcuno/a? È risaputo: Natale vuol dire anche riflessione. Complice la fine dell’anno, complici le pubblicità della Coca Cola e dell’Ikea, tutto intorno a noi ci porta a pensare alle persone alle quali vogliamo bene, a quelle che ci sono e a quelle che non ci sono. E anche se stiamo bene da soli, se non abbiamo qualcuno affianco a Natale si nota un po’ di più. Ecco perché tra le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale questa è la più delicata, perché ci tocca nell’intimo. Di solito ci pensa la zia a rompere il ghiaccio (e non solo quello). Per carità, probabilmente è la zia che ci vuole più bene. Quella che ci vorrebbe felicemente accoppiati, dipendenti Rai e con un imminente matrimonio da organizzare in grande stile (dove lei è per forza la wedding planner) e non perennemente soli, con uno zaino in spalla e con la pelle secca per le troppe ore spese in aereo o a dormire in aeroporto con un occhio chiuso tramortito dalla stanchezza e uno aperto per paura che ci rubino anche le mutande. Il problema è che il fatto che tu sia solo per lei non è una dolce preoccupazione, ma un problema che crei proprio tu, un affare di stato del quale sei l’unico colpevole. E per il quale il mondo non si preoccupa di chiedere la tua estradizione. “Però fermati un attimo, no! È normale se sei solaaaaaa! Sei troppo inafferrabileeee! Come fa un uomo a fidarsi di te? Per forza sceglie la ragazza della porta accanto” (il discorso vale anche al maschile, ma con meno frequenza). E se invece della ragazza della porta accanto siete “la ragazza del portellone accanto”, perché all’ennesimo viaggio aereo scegliete sempre il posto vicino all’uscita di sicurezza, allacciate le cinture e state fermi in attesa che il segnale luminoso si spenga. Perché se provate a rispondere ora creerete un incidente in pista!

Tattica: arriva il momento che io e una mia cara amica che condivide con me la sventurata strada del freelancing chiamiamo “momento Actors Studio”! Ridete, tanto, senza fine, una di quelle risate talmente finte che vi escono via anche le lacrime per la troppa finzione e per l’emozionante performance che state mettendo in scena. Tanto non c’è molto da dire. E nemmeno troppo da ridere, in effetti. Ma la zia penserà che siete pazze, avrà paura di un vostro crollo di nervi, e con buona probabilità non toccherà più l’argomento.

cioccolata biologica

3. La salute come va? Sulla salute non si scherza. È una delle regole basilari del vivere civile. Normale che vorremmo che tutti stessero bene, e che non si può accantonare una conversazione importante se un membro della nostra famiglia sta passando un brutto periodo. Ma si può ridere di alcuni malanni stagionali o di alcune condizioni croniche dovute agli acciacchi dell’età. E ci sono alcune scene alle quali ci ritroviamo puntualmente ad assistere con gusto! La nonna che non vediamo da un po’ e che dopo che ci ha chiesto se mangiamo (e non a Natale ma in generale, perché quando incontra qualcuno invece di chiedere il classico “Di dove sei?” la nonna rifila il suo corrispettivo geriatrico “Mangi?”), ci racconta per filo e per segno le dipartite più recenti passando in rassegna tutto il necrologio cittadino. La mamma che, a proposito di cibo e preoccupazioni, dopo aver sbranato un intero piatto di antipasto ci chiede cento volte se vogliamo l’ultima fetta di prosciutto “perché sei un po’ sciupato” (e alla fine ce la prendiamo la dannata fetta di prosciutto, ma per sfinimento). La suocera che ci racconta l’excursus delle sue vene varicose. E ancora la cugina ipocondriaca che “sapessi io” e che pensa di avere tutti i malanni del mondo ecc. ecc.

Tattica: mai minimizzare. MAI. Anche se vostro padre al primo accenno di raffreddore inizia a scrivere il testamento biologico, mai minimizzare sulle condizioni di salute del parente seduto al vostro fianco. O passerete per ingrati, insensibili, al “ma che ne sai tu” o peggio ancora al “ne riparleremo quando avrai la mia età”, che non so a voi ma a me sembra più una minaccia voodoo che una speranza che tu possa passartela bene, in effetti. Ed è meglio evitare di ritrovarsi il sabato sera con la nonna intenta a togliere il malocchio con l’olio extravergine di oliva, insomma!

antipasto natale

 4. Chi voti alle prossime elezioni? Se c’è un argomento che sicuro come la morte rovina l’atmosfera familiare è proprio la politica. Lo so, tra le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale l’argomento politico è il più inevitabile: è uno dei cavalli di battaglia delle cene numerose, e anche un modo per confrontarsi, scoprire nuovi punti di vista, aggiornarsi ecc. Basta accendere il telegiornale, poi, e la politica è lì, che aspetta solo il primo commento per scatenare l’inferno. E inevitabilmente tornano fuori dall’armadio dibattiti antichi ed irrisolti quali comunisti vs. democristiani, bersucones vs. travaglini, quelli del “si stava meglio quando c’era Mussolini” oppure quelli del “ridateci Aldo Moro”, per non parlare del nuovo tormentone renziani vs. grillini! Quale che sia il vostro colore politico, il litigio è assicurato e anche l’aumento dei decibel (anche se devo ammettere che se non siete direttamente coinvolti è piuttosto divertente).

Tattica: se proprio non potete farne a meno, almeno cercate di evitare la politica locale – dove c’è il rischio, subito dopo la discussione dai toni accesi, di non poter salutare più gente in giro o doversi nascondere sotto lo sciarpone extralarge facendo finta di non vederla – e di non cominciare la discussione quando è il momento della carne… che poi mentre voi vi riscaldate lei si raffredda ed è completamente da buttare!

dolci natale

 5. Ti posso dare un consiglio…? NO! Non sono ben graditi. E no, non lo dite per il bene degli altri! I consigli non richiesti, anche se si travestono appunto da commenti inoffensivi, piccoli suggerimenti e amorevoli tentativi di aiuto, in realtà sono i più infimi metodi per criticare sottilmente l’operato altrui entrando a gamba tesa in situazioni delicate. A meno che non ci venga espressamente chiesto un commento, o non conosciamo la situazione alla perfezione, meglio dare il nostro supporto senza criticare o emettere sentenze. Un momento di distrazione e in un attimo anche la maionese che appare perfetta impazzisce! E pure se sono gli altri a dirci questa frase meglio essere cauti.

Tattica: quando qualcuno ci dà un consiglio ascoltiamo e tacciamo. Mai controbattere dicendo che è impossibile. E a prescindere dalla situazione mai, e ripeto mai, commentare con un “Io non lo farei mai!”. Attenzione a non fare promesse a Natale! Ci sono troppi testimoni oculari e uditivi per lanciarsi in così delicate affermazioni di fronte a tutti i membri della famiglia, che sono peggio del Comitato dei Fatti Vostri. Vedono e sentono tutto; anche se state intrattenendo una conversazione con un’altra persona, in realtà non siete solo due ma almeno 4/5 (con relativi amici da aggiornare appena tornati a casa, e così a macchia d’olio per un gossip senza fine). Quindi meglio evitare di stabilire obiettivi da rispettare o gridare al fioretto, se non siamo davvero convinti di poter realizzare ciò che millantiamo. O forniremo il primo argomento utile per il Pranzo di Pasqua! E nemmeno tutta la cioccolata del mondo potrà riequilibrare l’amaro dei commenti sarcastici in famiglia!!!

albero di natale

E dunque, direte voi, quali argomenti restano se eliminiamo tutto ciò? Argomenti leggeri quali la moda e lo spettacolo, ad esempio, oppure alcune situazioni divertenti accadute (e che non riguardano i presenti in sala, chiaro), i nuovi guinnes dei primati, le ricette di Giallo Zafferano (almeno si parla comunque di cibo e la nonna e la zia sono contente). E gli evergreen: il calcio (tanto i litigi in questo caso sono all’ordine del giorno, quindi a Natale sono già ritriti); l’abbronzatura di Carlo Conti; l’oroscopo di Paolo Fox segno per segno con i relativi grafici 2018; il meteo; l’annata dell’olio e del vino; il Grande Fratello Vip (ma attenti a non partire con le squadre Giulia De Lellis vs Cecilia Rodriguez, altrimenti riscaldiamo di nuovo gli animi).

Per quanto mi riguarda, infine, cercherò di parlare davvero poco… anche perché oggi finisce il mio fioretto e sarò troppo impegnata a mangiare cioccolata!!!

Ah dimenticavo, Buon Natale a tutti!!

P.S. Ogni riferimento a fatti o persone, zii e cugini, è puramente casuale!

 

2 mesi, tre tappe, tre piccoli souvenir di vita. Il mio viaggio tra Malta, Valencia e Lisbona!

Malta - Melania Romanelli

Sono quasi due mesi che non prendo carta e penna e aggiorno il mio blog. Lo so lo so, non va fatto, se no poi la cara vecchia zia Google si incavola perché non siamo andate a trovarla (e se non lo facciamo per un po’ niente regali poi :D). Still, come dicono gli inglesi, la vita di una blogger è fatta di come and go, di ida y vuelta, di andata e ritorno. E ho imparato sulla pelle che è solo andando che si può ritornare con qualcosa da dire. Quindi, eccomi qui, di ritorno da un lungo viaggio.

Come già sapete ho lavorato alle Canarie per 6 mesi. Sono stati mesi intensi, necessari, che non baratterei con nulla al mondo (se non l’avete ancora letto potete trovare il mio diario delle Isole Canarie qui). Come ogni esperienza meravigliosa che capita nella nostra vita, però, ha avuto un tempo importante, indispensabile, ma limitato. In 6 mesi ho preso tanto, appreso ancora di più e messo in pratica per sempre. Direi che non è male in un arco temporale tutto sommato concentrato, specie considerando l’andamento lento e ciclico in cui si inciampa e ci si rialza a ritmo delle maree.

2 mesi, dunque. Cosa ho fatto in questo tempo? Semplicemente, ho viaggiato. Ho ripreso lo zaino e mi sono rimessa in cammino, spinta dal desiderio di raccogliere quanta più sabbia, sassi, colori, profumi, sapori, persone, strumenti e mappe del tesoro possibili. L’urgenza, la mia fedele amica che non mi abbandona mai, l’humus che mi spinge a vivere il momento, ad essere nel tempo presente, per non rischiare di rimpiangere anche un solo minuto che ci è concesso su questo pianeta, è tornata ad afferrarmi. Dunque, zaino in spalla e si parte.

2 mesi in viaggio, tre tappe, tre piccoli morsi di vita: Malta, crocevia di culture da esplorare morso dopo morso; Valencia, assaggi di un futuro che parla latino; Lisbona/ Évora, un posto dell’anima dal quale ripartire con un nuovo sapore.

Malta - Valletta

Malta. Crema e blu. I colori delle costruzioni e delle case, i colori del mare. Ecco cosa mi viene in mente pensando a Malta. Complice il tempo spettacolare che ho trovato ad ottobre, Malta mi ha sorpresa nella sua caleidoscopica tranquillità. Un posto incantevole, bellissimo, illuminato dal sole e dalla solarità dei suoi abitanti. Un posto ricco di culture diverse, pieno di storie che allacciano nodi con momenti lontani della Storia dell’umanità (quella con la S maiuscola), e che si ritrovano nei volti delle persone che ho incontrato nel porto di Msida, nella capitale Valletta e nella antica città Mdina. Romana, spagnola, inglese, francese, sono solo alcune delle culture che hanno albergato nella piccola isola (e nelle isole principali che assieme a lei compongono l’Arcipelago Maltese, quali Gozo e Comino), che essendo al centro del Mediterraneo è stata per anni il punto di approdo di tanti immigrati provenienti dall’Algeria, dalla Tunisia, dall’Egitto, da Cipro, dalla Grecia e dalle isole italiane ioniche oltre che da Lampedusa e dalla Sicilia. A proposito di italiani. Malta è ricca di attività, bar e ristoranti italiani, specie nella zona portuale che da Msida conduce a Valletta. Sorrisi, occhi vispi e movida notturna – che si snoda nei quartieri di Paceville e St. Julian’s – vi porteranno dritti al cuore pulsante di un’isola ricca di cultura e da scoprire angolo dopo angolo. Io ho visitato solo alcuni degli scorci più suggestivi di Malta, e per questo motivo mi sono ripromessa di tornarci presto per raccogliere materiale e storie da narrare… È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo no? Stay tuned 😀

Valencia - Melania Romanelli

Valencia. Sono andata a Valencia in avanscoperta, per studiare un po’ l’ambiente nel quale mi piacerebbe vivere per un po’. La Spagna, lo spagnolo, sono nuove realtà per me che ho sempre masticato cultura anglosassone. E quindi succede che se la tua mente non preme l’interruttore giusto, ti ritrovi per un momento un piccolo pesce fuor d’acqua.  Divertente quando a Malta, ormai abituata all’infradito e alla pacatezza del popolo canario, parlavo in spagnolo a persone che mi guardavano curiosamente, rispondevano in inglese e chiedevano gentilmente di darmi una mossa… un remake 2017 del “Ragazzo di Campagna” di Renato Pozzetto, per capirci. Valencia, dunque. Ho girato prevalentemente a piedi, soggiornando in una struttura nel centro città gestita da Italiani. Pensando a Valencia penso alla semplicità, dei movimenti, del ritrovarsi. Ma penso anche alla complessità di strutture architettoniche avanguardiste, create dai migliori architetti mondiali a servizio di cittadini e turisti che anno dopo anno scoprono sempre più numerosi questa bellissima città, grande ma a misura d’uomo, economica e che allo stesso tempo pullula di eventi culturali. E penso, infine, alla ricchezza della sua cultura, che riverbera nel Mercato Centrale, il mercato rionale per eccellenza. Nello storio edificio del 1900, impreziosito dai meravigliosi azulejos, le mattonelle che accomunano a livello visivo la Spagna, le isole Canarie, il Portogallo e anche paesi del Nord Africa, primo tra tutti il Marocco, dunque, potrete assaggiare tutte le prelibatezze gastronomiche che questa città ci ha regalato. La paella, prima tra tutti, che proprio qui di tutte le città spagnole nasce nel secolo XV e XVI come piatto unico dei pastori facile da trasportare. Le tapas, i piatti combinati che rendono piacevole il pinchare, lo spizzicare tra delizie di formaggi, chorizo, salumi vari e jamon di ogni tipo. Le patata bravas, piatto tipico spagnolo fatto di patate che vengono prima bollite e poi fritte, accompagnate da una salsa piccante chiamata appunto “brava”. La Albufera de Valencia, ovvero uno stufato a base di patate, paprica, aglio ed anguille servito come una zuppa di pesce. Ultimi, ma non per importanza, la combo horchata e fartons: la prima è una bevanda molto dolce a base di chufa (cipero in italiano), un tubero che si sviluppa solo in terreni con delle proprietà particolari e che ha guadagnato per questo motivo la denominazione d’origine; i secondi sono dei biscotti dalla forma allungata e ricoperti di glassa, simili ai nostri savoiardi anche per gli ingredienti (farina 00, uova, zucchero). Insomma, da buona italiana, a Valencia ho inzuppato e ho mangiato!

Torre di Belem - Melania Romanelli

Lisbona/ Évora. Il viaggio che mi porta a Lisbona prima e Évora poi è un viaggio speciale, di quelli che possono cambiare la percezione del tuo mondo. Il Portogallo era un territorio per me completamente sconosciuto. Di quelli che immagini di un colore o dei quali evochi qualche particolare e poco più. Ci metto piede, mi affaccio alla finestra del bus, alzo lo sguardo. Una sola parola: I N C A N T O. Lisbona prima ed Évora poi sono state una scoperta piacevole e un momento di gioia incontaminata. Il cielo di novembre brillava di un blu mai visto prima, le strade di Lisbona erano piene di colori, suggestioni, micro-input da raccogliere e mettere da parte, le viuzze di Évora si inerpicavano per le collinette impertinenti e sfidanti, complici anche i sampietrini un po’ sbilenchi che dovevi stare attento a calpestare. Di nuovo, un raggio di luce e di colori ti riempiva gli occhi tanto che non potevi non sorridere: gli azulejos, le ceramiche dipinte a mano, gli abiti e gli accessori decorati e lavorati completamente in sughero (il sughero è un materiale tipico portoghese, un business mondiale importante e che qui viene chiamato “oro verde”) e i tipici negozietti di souvenir dove si trova un po’ di tutto e a poco prezzo, compreso il il gallo di Barcelos, (galo de Barcelos in lingua), una figura tipica del folclore portoghese. Di Évora vi parlerò nel prossimo post, perché è un luogo dove ho percorso un cammino particolare lungo 10 giorni e che voglio condividere con voi. Ma torniamo un attimo al gallo.

Evora - Melania Romanelli

Souvenir. La storia di questo gallo mi ha colpita particolarmente. Arriva dalla citta di Barcelos, nel Portogallo settentrionale, dove la leggenda narra di un povero pellegrino che, di ritorno da Santiago di Compostela, fu accusato di aver rubato l’argento da un proprietario locale. Alle strette di fronte al giudice, che stava pranzando con un galletto arrosto, il pellegrino proclamò sicuro la sua innocenza, così come era sicuro che il gallo nel piatto del giudice si sarebbe alzato e sarebbe corso via. Il giudice ovviamente non gli credette e lo condannò all’impiccagione. Eppure, proprio nel momento della sua esecuzione, il gallo si alzò e si mise a cantare. Corso sul luogo della condanna, il giudice trovò il pellegrino ancora vivo, pronto per essere salvato. Grazie al gallo.

Mi piace questa storia, che è un po’ la storia di noi viaggiatori. Siamo sempre pellegrini in cammino, calpestando luoghi e territori non nostri, afferrando pezzi di vita qui e lì con tutto ciò che abbiamo nel piatto: foto, storie, braccialetti, immagini, persone incontrate per un breve istante, sprazzi di vita che vorremmo portare a casa con noi. Ma la cosa che mi piace di più di questa leggenda è la fervida sicurezza del pellegrino, convinto che la sua fede l’avrebbe salvato. E non sto parlando della fede religiosa, ma la fiducia di chi sa di star percorrendo la propria strada. Lontano dai condizionamenti, impermeabile ai giudizi, sordo ai “No”, a chi dice che “è impossibile”, cieco all’immagine di se stesso che racconta il suo passato. Libero di essere ciò che vuole. Libero di amare se stesso. Libero di vivere.

 

6 tipi di uomini: come riconoscerli per evitarli (o sfidarli)

 

melania romanelli

Uomini.

Di solito scrivo poco di loro. O meglio, scrivo poche cose che anche voi possiate leggere ecco. Perché alla fine i miei diari, i miei racconti, i miei pensieri, le mie poesie e anche i miei articoli trasudano testosterone da tutti i pori. E credo anche che sia una cosa normale, insomma. Sono i “marziani” per eccellenza, i gentiluomini di una volta, i ragazzi con i pantaloni alla caviglia di oggi. Sono l’altra metà del cielo, ma anche dell’Eden dopo il morso della mela, quando tutto va a rotoli e ti resta solo un frutto ormai ossidato e che ha perso il suo brillante colore. Sono quelli che ci fanno sorridere, quelli che ci fanno disperare, quelli che ci fanno arrabbiare, quelli che ci fanno innamorare, quelli che si ostinano sempre e perennemente a fare delle cose che noi donne non riusciamo francamente a concepire (anche se continuiamo a ripetere loro di non farle, appunto). Eppure, tali momenti di rincoglionimento da parte di questi uomini spesso ignari del loro posto sulla terra (e nelle nostre vite, loro e nostro malgrado) sono del tutto comprensibili, se ci pensiamo. Sono uomini, del resto. Cosa possiam farci noi donne?

uomini e donne

Uomini, dunque.

Lo ammetto. Alla veneranda età di 34 anni per me sono ancora un mistero. Penso di capirli, cerco di capirli, faccio di tutto per capirli. E quando penso di averla finalmente fatta franca… ecco che la fregatura è dietro l’angolo. Come il fumo nero in Lost. Pensi che sia cattivo e scopri che è proprio cattivissimo, invece. Esperienza dopo esperienza, sclero dopo sclero, cuori infranti ricomposti e rinfranti un’altra volta, lunghe attese alla cabina telefonica, alla linea fissa, allo smartphone con le relative spunte bianche verdi blu ingressi e uscite, dopo dipartite inaspettate “fuori città”, improvvise sparizioni (qui un interessante articolo sul male del secolo in fatto di relazioni, il ghosting, la sparizione per eccellenza dopo il rincuorante “ti chiamo domani”), dopo gli appuntamenti al buio di Tinder, e dopo l’ennesima promessa da Cenerentola che pende ancora nell’iperuranio per essere mantenuta, nata dal pensiero infimo “questo qui sembra uno apposto, dai mi fido” (con ovvio segnale di pericolo lampeggiante ma volutamente ignorato del verbo “sembrare”)… dopo tutto questo, insomma, ho deciso di raccogliere pensieri, esperienze e penna e di stilare la mia personale guida sui 6 tipi di uomini, per riconoscerli ed evitarli o, nel caso contrario in cui ne abbiate davvero tutta questa voglia, sfidarli. È una guida personale, appunto, la mia bussola privata per districarmi nella foresta incantata nel mentre che trovo la via d’uscita. Fuor di metafora, un modo per non rischiare di inciampare fin quando non incontrerò il mio uomo (che è già lì con lo zaino in spalla esplorando il mondo in attesa di incontrarmi, e quindi lasciatelo in pace, chiaro??). Iniziamo.

  • Il Workaholic. Lavoro lavoro lavoro. L’uomo workaholic è l’uomo letteralmente drogato di lavoro. Dopo i convenevoli di rito e qualche complimento, l’uomo workaholic sferra i suoi micidiali attacchi fin da subito. Passa il primo appuntamento a parlare del lavoro. Il suo, eh. Quanto il lavoro lo assorba, lo faccia sentire vivo, quanto comporti responsabilità e quanto il capo si fidi ciecamente solo di lui (e se è lui il capo, fuggite via, ora, capito?). Il lavoro lo tiene costantemente attivo: briefing, conference call, utilizzi impropri del verbo “shareare” (italianizzazione inesistente del verbo inglese “to share”, ndr), empowerment meeting e tutte quelle robe inglesi che facciamo finta di capire. D’altra parte, meglio non fare troppe domande e annuire come se avessimo afferrato, o partirebbe una digressione ancora più lunga. Il lavoro, insomma, è la cosa più importante per il workaholic, la misura del suo valore come uomo e come essere umano. Yawn, no? Cosa c’è di sbagliato nel concentrarsi sulla carriera? Nulla, è solo che anche se continuerà a dirvi il contrario, per lui contate quanto la tappezzeria del ristorante nel quale state cenando. Ah se solo i muri potessero parlare… risparmierebbe una fortuna! Tip: concentratevi sul cibo, ordinate piatti che non avete mai mangiato e scegliete con cura il dolce. Tanto lui non lo noterà, ma voi avrete reso felice almeno lo stomaco. Pagherà lui, se no come farebbe a dimostrare che il suo è il lavoro più utile e importante del mondo? Godetevi la serata e buttate via il numero (a meno che non sia un commercialista o un notaio, che potrebbero sempre tornarvi utili).

 

  • L’Attrezzo. Non sto parlando dell’handy man, del tutto fare che chiamate quando il pc non si accende più o se si rompe la tubatura del lavandino. Sto parlando dell’altro attrezzo, quello più importante. Sì, avete capito bene, proprio quell’attrezzo. L’uomo attrezzo serve ad un solo scopo. Soddisfare le nostre voglie. Alzi la mano chi non ha avuto quel periodo di secca, quando non si sente volare una mosca, quando non si vede nemmeno l’ombra di un moscerino all’orizzonte. Tutto silenzio, tutto fiacco, tutto arido. Soprattutto noi. Bene, ecco il momento in cui l’uomo attrezzo entra in azione. Lo riconosci: pura visione testosteronica. Potete anche provare a parlarci, se vi va. Giusto per capire cosa c’è dietro quel corpo che parla già per conto suo. Magari scoprirete un nuovo mondo, chi può dirlo. A me non è capitato quasi mai. Ho sempre avuto le visioni delle balle di fieno e delle nuvolette bianche nel cielo azzurro. Silenzio e pace dentro l’involucro. È proprio questo il motivo, però, per amare l’uomo attrezzo e cercarlo nei momenti difficili: una volta consumato, può essere riposto nella cassetta degli attrezzi e messo via per altri momenti di arsura. Senza spiegazioni e senza rimpianti. Tip: saltate i convenevoli e consumate direttamente (e non sto parlando del dessert eh). Gettatevi senza riserve e senza paure. Vi sentirete meglio (entrambi, sia chiaro), senza drammi aggiunti. L’uomo attrezzo over the top è quello che quando lo chiamate c’è sempre (ma occhio a rispettare il codice reciproco del quid pro quo).

 

  • Il Trofeo. Un solo pensiero in mente: OH MIO DIO. L’uomo trofeo è quello che mostriamo alle amiche su whatsapp, che mettiamo in cima alla nostra lista personale, quello da tirare fuori e ricordare nei momenti bui per rivalutarci come esseri umani degni di amore (e come pezze di manze degne di nota, pure). L’uomo trofeo è quello “troppo-bello-per-essere-vero” ma soprattutto quel momento di pura estasi personale in cui pensiamo “l’ho-avuto-proprio-io”. L’uomo trofeo appartiene, appunto, al passato, ma un passato glorioso e degno di stima. Se lo incontrate nel presente vivetelo come se fosse l’uomo attrezzo (a volte possono confondersi, ma l’uomo trofeo di solito appare una sola volta per poi scomparire per sempre), e come se il vostro fosse l’ultimo giorno sulla terra. Tip: godetevi la notte, come fanno i vampiri. La mattina quando vi sveglierete, però, tenendo stretta la sensazione della vittoria, posizionate il Trofeo dove meglio si nota, dove potrete lucidarlo quando vorrete (insieme al vostro ego).

 

  • Il Peluche. L’uomo peluche è perfetto come un orsetto. È morbido (di solito un po’ in carne, ma al punto giusto per stritolarlo all’occorrenza), è dolce, è pieno di attenzioni, è irresistibile nel suo essere riverente e zuccheroso. Per lui siamo delle principesse. Farebbe di tutto per noi. Bingo, no? Eh no. Dove sta la fregatura? Booooring. Noia. 100 % non ci piace. Niente. Nada. Vorremmo eh, ma ho già detto nada? Sessualmente è più attraente il nostro comodino pieno di libri e tazze di tisana vecchie di una settimana. Ma è così dolce???? Le nostre amiche lo amano, e in fondo anche noi. Ma solo per abbracciarlo sotto le coperte come scaldino. Molte lo sceglieranno come fidanzato, sognando però una tresca con il giardiniere ogni volta che ne avranno la possibilità. Ma non noi, mica siamo delle st….ze noi, no??? Tip: non siate crudeli, siate oneste con lui o soffrirà come un cane (anche se meglio non usare questa metafora ora…). In una parola: FRIENDZONE. E basta, non cercate di accampare scuse arrampicandovi sui ma e sui però. N o n   v i   p i a c e ! ! ! Fine della storia.

romantic photo sunflower

Le prossime due categorie necessitano di una considerazione preliminare, dal momento che ci stiamo avventurando in un territorio impervio, aspro e scivoloso. Quello dei sentimenti (detti anche “PERICOLO CUORI INFRANTI” per intenderci). Da questo momento in poi bisogna stare attente, o rischiamo di farci davvero male.

  • Il Freebird. L’uomo freebird è lo spirito libero, un viaggiatore alla ricerca di sé. Si sente incompleto, e facendo appello al suo desiderio di completezza e alla sua costante sete di conoscenza non si sentirà mai soddisfatto al 100 % nel posto in cui è. Come recita la canzone “Freebird” di Lynyrd Skynyrd (tradotta un po’ liberamente dalla sottoscritta): “Devo viaggiare, ci sono tanti posti da vedere ancora. Se restassi qui con te, ora, le cose sarebbero diverse, ma io sono libero come un uccello e non puoi impedire ad un uccello di volare via, non lo puoi cambiare. È stato un amore dolce, ma questo mio modo di essere non si può cambiare”. Insomma, ragazze, lo so che è una persona meravigliosa, che insieme siete perfetti, che come vi completa lui non vi completa nessuno ecc. ecc., ma vi sta dicendo chiaramente che il vostro amore è stato. Tempo Passato. Per quanto ricco, magnifico, originale, incredibile, non è un incontro destinato a durare. Almeno per ora (perché può anche succedere che la vita a volte ci sorprenda, no?). E non serve immaginare di partire con lui, perché non è quello il vostro posto. Perché? Perché questa persona non sa ancora bene chi è, cosa vuole, e fino a quando non lo scoprirà non ci sarà spazio che per lui. E poco importa se a lui piacete davvero. Il tempo e le circostanze decideranno per voi (di solito ponendo oceani o chilometri di distanza tra gli amanti, giusto perché non vi vengano strane idee, ecco). Tip: aggrappatevi ai ricordi più belli che avete. E scegliete di essere anche voi un po’ freebird, in costante ricerca di sé. Perché quando sarete pronte, anche l’uccello più libero del mondo sarà pronto per costruire il proprio nido sull’albero.

 

  • L’uomo dei sogni. È lui. Ha tutte le carte in regola: è bello come il Trofeo, ci attrae fisicamente come solo l’Attrezzo sa fare, è dolce come il Peluche, ci completa perfettamente come il Freebird. Non è fidanzato, non ha la fedina penale sporca, è interessante, ha viaggiato tanto e parla 3 lingue, è carino con i vecchietti e i camerieri, è divertente e ci chiede di uscire di persona. Si presenta all’appuntamento (che va da Dio), ci ringrazia per la serata, ci dà il buongiorno e ci chiede di uscire di nuovo (e subito, non dopo l’ennesimo hangover di vino bianco nell’attesa che il telefono squilli mentre guardiamo per la centesima volta La verità è che non gli piaci abbastanza). Qui gatta ci cova? Malfidate! Lo ripeto. È lui. Ma… c’è sempre un ma. Ecco che arriva il momento più importante di tutti, e riguarda solo una persona: noi. Finalmente abbiamo incontrato qualcuno che ci interessa, che ci piace davvero. Non dobbiamo giocarcela male. Perché se è vero che in amore bisogna essere sempre se stessi, è anche vero che all’inizio di una storia occorre fare attenzione. Bisogna, insomma, proteggerci un minimo per non rischiare di bruciare tutto e subito restando con un pugno di cenere in mano. Questa è la parte più difficile per me, quella in cui dovrei capire come comportarmi, ma siccome sono un’imbranata cronica di solito faccio qualche cappellata. Ma sto imparando, e sto facendo pulizia. Tip: cuore aperto e mente sgombra dalle ombre del passato. Ma, allo stesso tempo, anche una sana dose di egoismo. Quello che ho capito in tutto questo viaggio fianco a fianco dell’universo maschile è che ai ragazzi non piace quando diventiamo clingy (dipendenti), quando ci aggrappiamo a loro, specie all’inizio di una relazione. E hanno ragione, se ci pensiamo bene: può una persona appena conosciuta divenire già il centro del nostro mondo? Meglio, quindi, continuare con la nostra vita, tenendo fede ai nostri interessi, alle nostre abitudini, presenziando i nostri mondi (che siano gli affetti, gli amici, la palestra o anche il circolo delle bocce, per capirci). Non rinunciando mai a noi per NESSUNO, lui compreso. Se è davvero lui, quello giusto, l’uomo dei sogni, amerà ogni singola parte di noi. Ci amerà per quello che siamo realmente, e non per la nostra versione fashion di Instagram. Perché siamo così, siamo imperfette, siamo originali, siamo indipendenti, e siamo anche un po’ pazze (e il circolo bocce lo prova). In una parola: uniche. Come unico è l’uomo che ci sta già cercando (del mio già sapete, quindi giù le zampe).

P.S. Personalmente ho raccolto anche alcune Categorie Trasversali, che a quanto pare sono tratti salienti dell’uomo moderno: i bipolari (non diagnosticati), gli psicopatici, i drama queen (questo in particolare è il classico atteggiamento che si può racchiudere nell’espressione “solo io ho il peso del mondo addosso”). Ecco, il Tip finale per questi ultimi è semplice: DA EVITARE COME LA PESTE. Grazie.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #10

To the moon and back

melania romanelli lanzarote

lanzarote montagna roja

 

Abruzzo, Marzo 2017.

5 mesi fa ero in Abruzzo a casa dei miei. La mia vita era appena ripresa a scorrere dopo 3 mesi passati in Canada e un libro pubblicato, e con una nuova e insolita routine: scrivevo i miei articoli, andavo in palestra, passavo il mio tempo a fagocitare serie tv e libri ordinati su Amazon (credo di aver battuto ogni record di ordini, ormai ero lo zimbello o forse dovrei dire l’incubo dei Corrieri Espressi). Non c’era nulla che non andasse. Eccetto me. Ero tornata ad essere resteless, smaniosa, insicura, ansiosa 24/7 e facilmente irascibile. Una di quelle persone che incontri alle Poste e ti aggredisce pensando che tu voglia scavalcarla mentre stai solo chiedendo il modulo da compilare all’inserviente di turno. Una persona come tante che avrebbe bisogno di uno psicoterapeuta per affrontare una volta per tutte i problemi che non sa di avere. Ma non divaghiamo.

Ad inizio anno, come ho già scritto in questo post, avevo espresso il desiderio di partire di nuovo e lavorare all’estero. “Voglio vedere le Canarie!”, ecco il mio desiderio. Ebbene, qualche mese dopo sono stata accontentata. Un colloquio su Skype (background della chiamata due palme mosse dal vento… ma che davvero?) e due giorni di agonia sul decidere (a proposito, ho già ringraziato i miei due pusher Patrizio e Vanessa per il loro costante supporto alle scelte più coraggiose da prendere? GRAZIE, seriamente eh) ed ero stata già selezionata per lavorare come fotografa a Lanzarote. Fotografa alle Canarie??? Ebbene sì.

Niente panico. Mi concentro sui preparativi ma non saranno lunghi. Due valigie di 23 kg e due bagagli a mano di indumenti ripotati dal Canada e mai indossati mi sono serviti da lezione: tutto ciò che mi serve è il mio Mac, un i-Phone e il cuore in mano aperto ad una nuova avventura.

Un po’ lo ammetto: mi vergognavo all’idea di fare un’esperienza che avrei forse dovuto fare a 25 anni e non a 34, ma non importa. Sono dettagli “anagrafici” irrilevanti quando stai capendo cosa vuoi davvero diventare nella vita, when you want to figure out life, come dicono gli americani. Sono piuttosto momenti “spirituali”, che accadono quando sei pronto a riceverli e non prima, e non è giusto continuare a crocifiggerci per questo. È come quando incontri l’amore della tua vita nel momento sbagliato: ti sa di fregatura, di beffa, di un ingrato scherzo del destino. Che senso avrebbe, però, incontrare l’illuminazione quando non sei pronta? E quindi eccomi qui a 34 anni, spirito in poppa, pronta a godermi il viaggio passo dopo passo. Un viaggio che ha come prima tappa Lanzarote, l’isola diferente, un viaggio in paesaggi lunari che non ti aspetti, che ti destabilizzano e che ti lasciano senza fiato.

 

Lanzarote, Aprile 2017.

Ho passato a Lanzarote 10 giorni. I primi 10 giorni di prova di quello che per 5 mesi sarà il mio lavoro. Se ci ripenso adesso mi sembra passata una vita da allora. Sono stati 10 giorni duri, intensi, vissuti a pieno, come non mi capitava da tantissimo tempo. Venivo da un periodo di stanchezza emotiva, di nausea nei confronti di tante cose, anche di tanti modi di essere e di apparire di persone, che conoscessi da una vita o da due minuti poco importava. E ho trovato per 10 giorni un mondo che non mi aspettavo: paesaggi da togliere il fiato, tempi che si allungavano, persone capaci di darti tanto anche se ti conoscevano a malapena. Una casa pronta ad accogliermi. Persone speciali, RICCHE. Lo scrivo in grande perché ognuna di quelle persone mi ha dato tantissimo in quel pochissimo tempo che ci è stato concesso dal destino. Tempo speso lontani ma insieme, tempo speso a raccogliere pietre, sabbia, ricordi, momenti, tempo a scambiarci sudore, lacrime, risate. Tempo passato a parlare di arte, musica, rinascimento. Tempo speso a litigare su attori, film. Tempo insieme per sognare la prossima meta, raccontarci quella appena lasciata, metterci un po’ a nudo. È stato breve, ma è stato intenso. Dopo 10 giorni mi hanno assegnato la destinazione: Gran Canaria.

lanzarote casa formazione

 

Gran Canaria, Maggio 2017.

Ho pianto appena arrivata, un uragano reale (5 giorni di pioggia l’anno cadono in Gran Canaria, e il primo l’ho beccato io appena arrivata), pronto a lacrimare assieme a me, che di lacrime non sembravo averne abbastanza quel giorno (ho scoperto poco dopo che le mie riserve erano ancora belle cariche). Mi sentivo lacerata, strappata ad una quotidianità che in pochissimi istanti era già mia, in una casa che sapeva davvero di casa. E con persone da togliere il fiato, così come l’isola. Lanzarote. L’isola che non c’era. O almeno così credevo.

Gran Canaria Sud

“Sarai dove dovrai essere”. Una persona speciale mi aveva appena detto queste parole e, anche se non gli volevo credere, alla fine aveva ragione lei. Anzi, lui. Perché era un ragazzo con un cuore incompleto, imperfetto forse, ma del quale potevi comunque scorgere la regale grandezza. Non so dove sia finito ora, ci siamo sentiti qualche volta, ma non è davvero questo il punto. Ci siamo intrecciati per un breve attimo, e forse ci serviva solo quell’attimo per poter andare avanti per le nostre strade. Che essendo strade hanno sempre dei punti che si rincontrano, prima o poi.

Gran Canaria mi ha dato del filo da torcere. Ne ho parlato tanto e in maniera diffusa, e potete leggere tutto nei precedenti post di questo blog. Quello che voglio raccontarvi ora è come Gran Canaria sia stata davvero fondamentale per me, il luogo dove “dovevo essere” per poter essere qui e ora. Gran Canaria è un rito di passaggio, un luogo di sacrificio e di iniziazione, che non è concesso a tutti. Un’isola che ti mette di fronte alle tue paure, che funge da specchio riflettendoti con le tue imperfezioni. Senza pietà o sconti. Ecco perché ci finiscono le anime intrepide, indomite, pronte alla sfida anche quando non lo sanno e si sentono i più deboli sulla terra. È stato qui che ho ricominciato a respirare, dominando i respiri corti bilanciandoli con quelli più profondi, a colpi di diaframma. È stato qui che ho ricominciato a ridere, magari dopo un attacco di ansia, perché non ero sola. È stato qui che ho conosciuto una delle famiglie più belle che abbia mai avuto. Quelle famiglie in cammino, quelle che non ti lasci mai alle spalle anche quando ti allontani da loro. Le famiglie che ci scegliamo, che non hanno nulla da invidiare a quelle che ci sono state concesse quando siamo nati. Le famiglie fatte di persone che lottano, che toccano, che sperimentano, che sclerano, che piangono, che urlano, che vomitano, che litigano, che fanno pace, che fanno l’amore, che si abbracciano, che si ritrovano un solo giorno insieme. Un giorno che vale per sempre, come quando poi ti separi da loro. Sono loro, quelle persone, a valere per sempre. E di questo sarò sempre grata a Gran Canaria.

Melania Romanelli Gran Canaria

faro di maspalomas - melania romanelli

 

Lanzarote, Settembre 2017.

4 mesi dopo torno a Lanzarote. La sensazione è quella che ho già provato appena ci sono arrivata la prima volta. To the moon and back, ritorno sulla luna, appunto. Appena atterri sulla luna tutto ti sembra meravigliosamente nuovo. Poi ti capita di partire e di ritornare, e quando ritorni hai una sensazione di familiare mista ad un piccolo barlume di disappunto quando realizzi che perderai sempre la magia della prima volta. È un piccolo barlume, ma c’è, ed è dedicato solo ai posti che ti lasciano senza respiro. Il respiro, dicevamo. Finalmente recupero il ritmo regolare, perché qui di spazio visivo ce n’è da vendere. Le vette delle montagne sono gentili, l’aria è energica, il vento ti spinge più in là. Passeggiando sul paesaggio lunare del Timanfaya vivo davvero un momento di pace e raccoglimento che non provavo da tempo.

timanfaya melania romanelli

Sono qui, nella mia casa di Costa Teguise, a due passi dal mare. Ho tenuto queste pagine dell’ultimo post del diario delle Isole Canarie nel cassetto per tanto tempo. Aspettando il momento giusto per scriverle e condividerle. Questo momento è arrivato. Perché quando ti senti illuminata tutto cambia improvvisamente. Irrimediabilmente. Ti senti leggera. Apri gli occhi e osservi il mondo con lenti filtrate. Tutto si fa più nitido. Un mattino limpido, una canzone che risuona nelle orecchie, il tuo sorriso involontario, spontaneo. Ad un tratto, tutto diventa più chiaro. Anche se non è ancora a portata di mano, sai di essere sulla strada giusta. Perché la vedi. Quando dai il bentornato a te stesso, è a quel punto che arriva la luce. Una luce immensa. Uno sguardo che trattiene a stento lo stupore. Uno sguardo che non contiene la vista, tanta è la bellezza lì fuori, tanto è lo stupore qui davanti. Hai voglia improvvisamente di vedere, capire, sorridere, cantare, sperimentare, comporre, scattare, ricordare, emozionare, voglia di sentire, voglia di vivere. E voglia di amare. Ho sempre avuto paura di fare queste cose, quasi un boicottaggio involontario in una misera esistenza. O forse dovrei dire che ho sempre rincorso l’equilibrio, afferrandolo in luoghi dove pensavo potessi trovarlo senza sforzo. Nel cibo, nelle passioni, nelle persone. Le afferravo e ne risucchiavo l’energia, fino a sentirci tutti svuotati. Me per prima. Eppure, sotto il Dedo de Dios (del quale ho parlato in questo post), mi sentivo finalmente dove volevo essere. E con chi. Una sovrapposizione perfetta di filo rosso e filo blu della vita e del destino. Mi sbagliavo, di nuovo, perché non ero ancora pronta. Perché era un equilibrio precario. Siamo un pendolo che oscilla a destra e sinistra. C’è un istante in cui ci sembra di stare immobili, in equilibrio perfetto, ma poi torna di nuovo il vento a soffiare forte. E che ci succede? Che cadiamo di nuovo, se non siamo ben equipaggiati. Mi mancava un passo da fare verso il vero balance.

el dedo de dios Melania Romanelli

Arrendermi, lasciar andare. Trovare il vero equilibrio dentro di me accogliendo tutte le mie parti. Quelle che mi piacciono e quelle che non mi piacciono. Quelle forti e quelle deboli. Specie le deboli, che più delle altre hanno bisogno di un abbraccio stretto. Più facile a dirsi che a farsi, no? Eppure, quando conosci qualcuno o qualcosa di imprevisto ti accade è normale accusare il colpo. Diamo la colpa al destino, diamo la colpa a Dio, diamo la colpa agli altri, dimenticandoci di un’altra variabile importante: noi. Siamo così distanti da noi stessi ma così vicini al muro di mattoni che ci blocca che non siamo capaci di vedere così da vicino. Diventiamo ciechi, dimenticando che di fronte a noi non abbiamo solo squali pronti a sbranarci. Ma pezzi di anime, e sono fragili, specie quelle più resilienti a cui pensi di non poter dare nulla perché si sono già prese tutto. Anche loro hanno le loro debolezze, insicurezze, dei punti di contatto che proprio perché sono tali si possono toccare, squarci vivi nella perdizione degli occhi. Sta solo a noi decidere se stare a guardare, continuare a lottare restando ai margini oppure toglierci le scarpe e camminare a piedi nudi senza paura di ferirci. Se camminiamo controllando le parti scivolose e restando fermi con i piedi sulla roccia c’è meno rischio di cadere, anche se il terreno resta scivoloso.

Let go, dunque. Lasciar andare la smania di controllo di tutto e tutti. Lasciar andare la preoccupazione di non poter arrivare, di dover rendere conto, l’ansia da prestazione che ci insegue anche alla cassa del supermercato. Lasciar andare e fare in modo di vivere le piccole cose che nella vita ci rendono felici. Mangia, prega, ama. E respira. L’universo e il karma penseranno a tutto il resto.

Sono partita con un bagaglio leggero, e quando tornerò lo farò con un bagaglio ancora più leggero. Di cose. Perché il bagaglio di esperienze, di emozioni, di persone… quello sì che è un bagaglio pesante! MR. Sono le iniziali delle due persone che porto nel cuore e per cui la gratitudine è grande. Elisabeth Gilbert dice che ogni persona che incontriamo è per noi un’insegnante. Quello che so è che queste due persone sono molto più di questo. Pur avendomi insegnato tanto, mi hanno ridato la capacità di ridere. Di una stupida smorfia fatta dietro le spalle dei clienti ignari (oops, beccata!), di un tatuaggio diviso a metà, di momenti gratuiti di psicopatica isteria femminile, di una battuta ripetuta allo sfinimento, di un profumatore per ambienti “fai da te” dentro un’auto a noleggio, di una noiosa canzone che va avanti da secoli, di un barattolo di cereali sognato e rovesciato per terra un momento dopo, di una lotta fisica a colpi di solletico (nella quale ho perso). MR. Sono anche le mie iniziali. Tutto torna in maniera circolare quando sei sulla strada giusta. Trovando loro sto ritrovando me stessa.

felipe eat pray love

espiral canaria Melania Romanelli

 

Hit the road again, torna a camminare di nuovo, perché la strada è lontana dall’essere terminata. Nel frattempo… voglio essere grata, voglio stare fuori, voglio rimanere affacciata, voglio pendere dalla balaustra, voglio sentire il vento sulla faccia, una canzone d’amore perfetta nelle orecchie, voglio amare di un amore puro e incontaminato. E voglio vedere lo spettacolo che è questa vita che abbiamo proprio di fronte a noi. Spalanco le braccia, perché l’universo deve sapere che finalmente sono pronta a riceverla tutta insieme. E ora? Stay tuned…

Melania Romanelli - Gran Canaria - Roque Nublo

 

 

Spider-woman

Resilience - Melania Romanelli

Ho sempre ammirato i ragni e la loro capacità di tessere ragnatele. Sono esseri forti, intraprendenti, tenaci. Quante volte le abbiamo cancellate, a colpi di mano o di scopa, più forti di loro per il semplice fatto che siamo fisicamente più grandi? E quante volte, alla minima distrazione, ce le siamo ritrovate di nuovo lì? Una ragnatela, per noi un piccolo fastidio, per un ragno il terreno sotto le sue piccole zampe. Un pavimento da costruire, nel quale intrecciare il cammino. Sono più intelligenti di noi, i ragni. O per lo meno, hanno una marcia in più. Perché noi per costruire un pavimento abbiam bisogno di oggetti esterni. Di calce, di acqua, di mattoni. Loro hanno bisogno solo di volontà, perché la capacità di farlo è una dote rara. Innata.

Pescara - Ponte del Mare

Oggi voglio essere un ragno. Oggi, voglio cercare di costruire anche io il terreno dove camminare con la sola forza della mia anima. Con la mia natura resiliente, che ogni tanto ha bisogno di ricostruire la sua ragnatela che qualcosa, molto spesso qualcuno, riesce a spazzare via a colpo di scopa e in un tempo troppo breve, che trasuda impotenza, impreparazione. Con il mio sorriso che, nonostante tutto, non mi abbandona mai. Anche quando cerco di non tirarlo fuori per permettere alla mia fragilità di manifestarsi dietro ad uno strano broncio, per ricevere anche solo un abbraccio di conforto. E voglio cercare di costruire questo mio terreno con il mio cuore, sempre un po’ malandato, ma perennemente colmo di speranza. Con il mio cuore che, nonostante tutto, ci crede ancora.

Wanderlust - Melania Romanelli

Voglio tessere la mia ragnatela, voglio tenerla stretta, forte. È arrivato il momento. E voglio che, una volta costruita, bellissima, trasparente, resistente, non voli via al primo soffio di vento. Voglio che diventi un terreno fertile, dove costruire senza il timore che crolli di nuovo tutto giù. Senza il timore che al suo passaggio qualcuno la spazzi via. Come è successo in passato, e più per problemi strutturali che per poca forza.

Ora non accadrà, perché non ho bisogno di calce, acqua, mattoni. Ora, ho solo bisogno di me.

Melania Romanelli

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #3

 Melania Romanelli - Maspalomas Dunas Melania Romanelli - Mogan Tramonto

Work work work, come dicono gli inglesi.

Sto rientrando pian piano nella quotidianità, quella vera.

Il lavoro mi piace, mi sta prendendo. Mogàn, poi, inizia a riempirsi di colori, di piccoli dettagli che prima ignoravo ma che ora, al contrario, non meritano i nasi storti che le ho riversato dietro appena arrivata qui per motivi indipendenti da lei (ve ne parlerò nei prossimi post).

È donna, Mogàn. Una piccola oasi nella giungla asfaltata del sud di Gran Canaria.

Devo solo risolvere alcune questioni pratiche, iscrivermi in palestra per evitare la catastrofe e lasciarmi, finalmente, trascinare da questa routine silenziosa ma necessaria.

Routine. Non mi piace questa parola. Non mi è mai piaciuta. Mi ha sempre trasmesso un senso di inquietudine, come arrendersi, smettere di scalciare, quando invece è così bello restare un po’ ribelli nei confronti del prestabilito, del percorso già segnato, delle zone di sole accecante dove è impossibile nascondere le imperfezioni.

Eppure. Quando senti che il tuo corpo si sta rilassando, quando tutto assume la forma della distensione, quando il filo intrecciato si stende improvvisamente ma pian piano. Allora capisci che va bene così. Anche solo per un po’. Anche se non sai quanto sarebbe quel po’. Va bene per raccogliere le idee e trasformarle in parole, emozioni, storie.

E quindi eccomi. A Puerto de Mogàn. A Gran Canaria.

Che cosa ci faccio? È il momento di rispondere. Sto lavorando come fotografa per un hotel qui al Porto. Chi l’avrebbe mai detto che avrei maneggiato una stupenda bacchetta magica come la Nikon D7100? Chi l’avrebbe mai detto che avrei convinto persone a lasciarsi fotografare, anche quelle più timide, anche quelle che fanno a botte ogni giorno con lo specchio, contro quel rotolino, contro il trucco sfatto dall’acqua della piscina? Chi l’avrebbe detto che avrei parlato, intendendo e facendomi capire, con francesi e tedeschi, non essendo ancora capace di comprendere per quale magia ciò possa accadere? Chi l’avrebbe detto che avrei incontrato tante culture diverse, tante storie belle che per ognuna non basterebbe il capitolo di un romanzo avvincente? E chi l’avrebbe detto, poi, che avrei superato ogni singolo limite che un lavoro del genere pone non curante a te stesso?

Melania Romanelli - Gran Canaria

Ecco. Nessuno lo avrebbe detto. Eppure sta accadendo. E mi piace l’effetto che tutto ciò ha sul mio umore. Sul mio volto che pian piano si apre in sorrisi, a volte pieni a volte imbarazzati. Quante volte mi do da sola della pagliaccia? Eppure, sono pur sempre sorrisi.

All’inizio non è stato facile. Anche in un solo mese, però, ti accorgi come tutto cambia in un lampo. Il tuo corpo, alla fine, è lui a decidere il dove e il come. Il dove, al sole. Il come, a contatto con le persone più strane ed interessanti che si possano incontrare. Non incide ancora sul cosa, ma senti che appena non gli sta bene qualcosa stai pur certo che lui si farà sentire. E forte. Un urlo dalle viscere, fino a quando non gli darai l’attenzione che chiede. Che richiede. E che merita, ad essere onesti. E il mio corpo chiedeva un po’ di “oggi”, del “qui e ora”, senza pensare troppo al domani. Anche se quel domani, una costante nella mia vita, ha sempre dei contorni incerti.

Non so dove sarò tra qualche mese. Ecco tutto. So dove sono stata, questo è certo. E quando ti capita di mescolare di tanto in tanto le carte, ecco che il passato torna a bussare alla tua porta, assumendo via via le sembianze di posti, sensazioni ancora vive sotto la pelle dura della farfalla, della cui bellezza spesso ci deliziamo dimenticandoci dei cambiamenti difficili ai quali ha dovuto sottostare per arrivare a quella bellezza. E assume le sembianze di persone, dal fascino a volte discreto a volte strabordante. Persone che si incrociano, anche solo per un giorno. Persone che non si rincontrano. Persone che non si dimenticano. Persone che si amano. Persone di rara grazia, che decidi di voler portare sempre con te a prescindere da dove andrai. Perché se queste persone sono con te, anche se lontane, non ti sentirai mai sola. Perché il loro, nel tuo viaggio alla ricerca dell’equilibrio, è sempre un posto riservato.

Stay tuned.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #2

 

Melania Romanelli - Gran Canaria

Playa de Mogan - Melania Romanelli

Sono seduta alla “Terrazza del Sol”, un locale tipicamente canario dai cui altoparlanti risuonano delle canzoni improbabili ma allo stesso tempo rilassanti. Avete presente le canzoni di Radio Ciao? Uguale, ma in versione canaria (chissà se potremmo ribattezzarla “Radio Hola”, tanto per intenderci). Sono in pausa lavoro, e sto cercando di rilassarmi per entrare nel mood. Non è difficile, in verità. L’atmosfera a Mogàn è completamente nuova rispetto a ciò che ero abituata a vivere nel Bel Paese. Dimenticate i clacson, dimenticate il vociare delle persone, spesso ad alto volume di decibel, dimenticate il rumore delle automobili che sfrecciano. Qui, a Mogàn, lo slow motion è di rigore. Le persone lavorano, ovvio, le attività fremono di turisti pronti a lasciarsi trasportare dalle tipicità, la vita scorre come in qualsiasi altro posto nel mondo. Eppure… se mi distraggo troppo, potrei chiudere gli occhi e non riaprirli per un bel po’, tanto intorno a me è tutto ovattato, incredibilmente pacifico.

Puerto de Mogàn è il porto dei pescatori che appartiene al pueblo omonimo, un paesino arroccato sulle rocce di Gran Canaria sud che non ho ancora scoperto, ma che andrò a visitare quanto prima. Il porto, del resto, è tutto uno spettacolo. Di stranezze (vi parlerò molto presto delle CC, le “Contraddizioni Canarie”, come le ho ribattezzate io) ce ne sono tante, per carità, ma Mogàn è un luogo che conserva ancora un fascino insolito qui al Sud, in un posto nel quale l’abusivismo edilizio (non so se legale, in verità, ma di certo visivo) sta avendo il sopravvento sulla rocciosa ruvidezza di Madre Natura.

Ruvidezza. È questa la prima sensazione quando arrivi a Gran Canaria. È un’isola, stai pensando dentro di te ancora prima di scendere dall’aereo, quando dall’alto ti danno il benvenuto le nuvole, abbastanza timide ma non troppo da scoprire già ciò che si nasconde al di sotto. È un’isola, dicevamo, quindi mare, sabbia, spiaggia, spazio. Hai fatto male i tuoi conti. Perché Gran Canaria non è un’isola come le altre. Se ho potuto sentire fin da subito l’abbraccio generoso di Lanzarote (della quale vi parlerò nei prossimi post), qui a Gran Canaria sapevo già che sarebbe stata tutta un’altra storia. Da affrontare. Da vivere. Da raccontare.

E quindi eccomi qui. Ad affrontarla, a viverla e a raccontarla.  E lo farò attraverso alcune parole, che mi aiutano a mettere in fila le centinaia di sensazioni che mi colpiscono giorno dopo giorno, momento dopo momento, per dare loro una forma di senso compiuto, per poterle trasformare in azione, movimento, attimi di vita. Non è una cosa facile, come non lo è l’atteggiamento di questa isola affascinante nei confronti dei visitatori che si affacciano sulle sue terre anguste, e respirano la sua aria carica di umida ancestralità per la prima volta. Ruvidezza a volte stridente. Ma di quelle salutari, pronte a sfidarti e a darti la forza necessaria per affrontare, poi, tutte le sfide che il destino continuerà a lanciarti.

Stay tuned.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #1

 

Oggi il tempo è capriccioso a Puerto de Mogán. Mi trovo nella parte sud di Gran Canaria, uno dei luoghi più conosciuti che popolano l’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie. Sono qui da un mese esatto, ormai, e ancora non mi sembra vero. Se ripenso a come è iniziato il 2017 mi viene da sorridere. Me lo ricordo bene il mio desiderio espresso allo scoccare della mezzanotte, mentre mangiavo i 12 chicchi d’uva che portano fortuna e trasformano i sogni in gigantografie di realtà. O almeno così dicono, pensavo. E il mio desiderio, che di solito mi teletrasportava con la mente in un altrove non troppo definito ma dal sapore di salvezza e anche un po’ di casa, questa volta aveva una direzione ben precisa: Isole Canarie!

Ero appena tornata dal mio viaggio in Canada, o per meglio dire dalla mia fuga. L’anno appena trascorso a Roma era stato uno dei più duri, a livello fisico ma soprattutto a livello mentale. Ore di lavoro alle spalle, lavoro pesante, di fatica, in piedi, a servire tavoli, a far finta di sorridere, a ricacciare indietro la frustrazione, a lottare contro tutto e tutti. Contro chi mi ricordava delle mie due lauree nel cassetto, che pian piano mandavano puzzo di marcio. Contro chi, incurante di quelle stesse lauree, mi trattava come l’ultima vite della catena produttiva. Contro chi, seduto ad un tavolino con le gambe accavallate, sfoderava la sua cafoneria verso persone la cui pecca principale era abitare il personale di un bar di quartiere. Contro me stessa, che non riuscivo davvero a trovare la serenità, costretta ad inseguire sogni a forma di Euro solo per poter strappare un altro pezzo di vita a quella Roma che amavo, che mi aveva dato tutto e che mi stava togliendo tutto. Ero spenta, gli occhi aperti ma coperti da una patina, il velo della rassegnazione che pian piano si impossessa di te e ti risucchia se solo ti distrai e lo lasci fare indisturbato. Fino a quando, durante un afoso giorno d’estate romana, all’improvviso, viene in mio soccorso il mio corpo. Prima sotto forma di lacrime, fiume, sconsiderate, a singhiozzo. E poi sotto le spoglie di attacchi di panico, che a distanza considero sempre più profetici. Perché quando chiudo la bocca, apro le orecchie e sto ferma, è il mio corpo a parlare. E ad agosto 2016 mi sussurrava una sola parola: fuga!

E così sono fuggita per 3 mesi in Canada, in solitaria, al freddo. 3 mesi intensi e necessari. Da sola, mi sono costretta al silenzio. Da sola, mi sono costretta ad uscire con la neve e ad affrontare la tempesta. Da sola, ho affrontato freddi metereologici e deserti emozionali. Da sola, ho ricominciato in punta di piedi ad ascoltare la mia voce e a lasciarle sempre più spazio. Una voce prima flebile, poi sempre più vivida. Un suono che piano piano si è sprigionato in tutta la sua potenza espressiva tornando ad essere non più solo una voce, bensì una frase e poi un’altra ancora, messe in fila. Un racconto, poi un altro, poi un libro. E poi un dito che scatta, una fotografia che esce bene, e poi un’altra ancora. La mia voce è ritornata ad urlare in megafoni creativi. Ad incorniciare bellezza ovunque la vedeva e riportarla sulla pagina bianca di un computer, su un’istantanea, oppure su un fogliettino di carta. 3 mesi vitali, anche se traditi dall’inverno canadese e dal mio diagnosticato deficit di Vitamina D.

La bellezza, oggi, ha la forma del sole. Dopo 3 mesi di freddo, pregando ogni giorno di poter ricevere un segnale, un indizio che mi consentisse di percepire che il mio cammino alla ricerca del sole era davvero iniziato, finalmente la mia pelle mi sorride. Sento la Vitamina D pulsare dento di me, sento il mio corpo vibrare sotto il sole di Puerto de Mogán, e nascondersi dietro a minuscoli brividi quando qualche nuova capricciosa gli sbarra la strada. Ma sono solo nuvole passeggere. Il tempo, qui a Gran Canaria, è bello durante tutto l’anno.

Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. Ve lo racconterò passo dopo passo.

Ogni tanto ricevo qualche messaggio dall’Italia: “Melania, ma che ci fai alle Canarie???”, “Stai lavorando lì?”, “Ti manca l’Italia?”, “Come stai? #sperotuttobene”. “Quando torni?”. Passeggiando per le stradine di Mogán, la Little Venice di Gran Canaria per i suoi canali che sfociano sul porto piccolino e caratteristico, mi accorgo di non avere la risposta a tutte queste domande, anche se a qualcuna sì. Eppure, per quelle domande a cui non so rispondere, non posso far altro che sorridere: se ci pensate bene, non è proprio questa la parte migliore? Stay tuned.

Il mio viaggio nel cuore dell’Islam: 48 ore dentro una comunità musulmana di Londra

Baitul Futuh Mosque Peace Symposium London

Metti una ragazza occidentale, con le cuffie nelle orecchie e un quaderno di Marilyn Monroe tra le mani, per 48 ore dentro una comunità musulmana di Londra.

Ecco il mio racconto!

“E io come ci sono finita qui?”. Con gli occhi scorro i volti dei presenti. Chi più rilassato, chi meno, chi appisolato, stanco dopo il viaggio aereo turbolento, chi discute la sua opinione su argomenti di attualità, chi si illumina raccontando luoghi ed esperienze personali. Eppure, glie la leggi negli occhi. L’eco dell’attacco a Westminster che 10 giorni fa ha colpito la città è ancora forte e risuona nel cuore di ognuno dei presenti. Un’eco che sa di rabbia, nervosismo, insofferenza. L’indignazione di chi conosce ma che assiste, per certi versi impotente, alla messa in scena dello spettacolo in bianco e nero dei “buoni” vs. i “cattivi”. Perché i cattivi sono sempre gli altri da noi. D’altra parte, dare una luce “altra” all’Islam, attraverso i volti generosi delle persone che ci ospiteranno, è lo scopo finale di questo viaggio.

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