2 mesi, tre tappe, tre piccoli souvenir di vita. Il mio viaggio tra Malta, Valencia e Lisbona!

Malta - Melania Romanelli

Sono quasi due mesi che non prendo carta e penna e aggiorno il mio blog. Lo so lo so, non va fatto, se no poi la cara vecchia zia Google si incavola perché non siamo andate a trovarla (e se non lo facciamo per un po’ niente regali poi :D). Still, come dicono gli inglesi, la vita di una blogger è fatta di come and go, di ida y vuelta, di andata e ritorno. E ho imparato sulla pelle che è solo andando che si può ritornare con qualcosa da dire. Quindi, eccomi qui, di ritorno da un lungo viaggio.

Come già sapete ho lavorato alle Canarie per 6 mesi. Sono stati mesi intensi, necessari, che non baratterei con nulla al mondo (se non l’avete ancora letto potete trovare il mio diario delle Isole Canarie qui). Come ogni esperienza meravigliosa che capita nella nostra vita, però, ha avuto un tempo importante, indispensabile, ma limitato. In 6 mesi ho preso tanto, appreso ancora di più e messo in pratica per sempre. Direi che non è male in un arco temporale tutto sommato concentrato, specie considerando l’andamento lento e ciclico in cui si inciampa e ci si rialza a ritmo delle maree.

2 mesi, dunque. Cosa ho fatto in questo tempo? Semplicemente, ho viaggiato. Ho ripreso lo zaino e mi sono rimessa in cammino, spinta dal desiderio di raccogliere quanta più sabbia, sassi, colori, profumi, sapori, persone, strumenti e mappe del tesoro possibili. L’urgenza, la mia fedele amica che non mi abbandona mai, l’humus che mi spinge a vivere il momento, ad essere nel tempo presente, per non rischiare di rimpiangere anche un solo minuto che ci è concesso su questo pianeta, è tornata ad afferrarmi. Dunque, zaino in spalla e si parte.

2 mesi in viaggio, tre tappe, tre piccoli morsi di vita: Malta, crocevia di culture da esplorare morso dopo morso; Valencia, assaggi di un futuro che parla latino; Lisbona/ Évora, un posto dell’anima dal quale ripartire con un nuovo sapore.

Malta - Valletta

Malta. Crema e blu. I colori delle costruzioni e delle case, i colori del mare. Ecco cosa mi viene in mente pensando a Malta. Complice il tempo spettacolare che ho trovato ad ottobre, Malta mi ha sorpresa nella sua caleidoscopica tranquillità. Un posto incantevole, bellissimo, illuminato dal sole e dalla solarità dei suoi abitanti. Un posto ricco di culture diverse, pieno di storie che allacciano nodi con momenti lontani della Storia dell’umanità (quella con la S maiuscola), e che si ritrovano nei volti delle persone che ho incontrato nel porto di Msida, nella capitale Valletta e nella antica città Mdina. Romana, spagnola, inglese, francese, sono solo alcune delle culture che hanno albergato nella piccola isola (e nelle isole principali che assieme a lei compongono l’Arcipelago Maltese, quali Gozo e Comino), che essendo al centro del Mediterraneo è stata per anni il punto di approdo di tanti immigrati provenienti dall’Algeria, dalla Tunisia, dall’Egitto, da Cipro, dalla Grecia e dalle isole italiane ioniche oltre che da Lampedusa e dalla Sicilia. A proposito di italiani. Malta è ricca di attività, bar e ristoranti italiani, specie nella zona portuale che da Msida conduce a Valletta. Sorrisi, occhi vispi e movida notturna – che si snoda nei quartieri di Paceville e St. Julian’s – vi porteranno dritti al cuore pulsante di un’isola ricca di cultura e da scoprire angolo dopo angolo. Io ho visitato solo alcuni degli scorci più suggestivi di Malta, e per questo motivo mi sono ripromessa di tornarci presto per raccogliere materiale e storie da narrare… È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo no? Stay tuned 😀

Valencia - Melania Romanelli

Valencia. Sono andata a Valencia in avanscoperta, per studiare un po’ l’ambiente nel quale mi piacerebbe vivere per un po’. La Spagna, lo spagnolo, sono nuove realtà per me che ho sempre masticato cultura anglosassone. E quindi succede che se la tua mente non preme l’interruttore giusto, ti ritrovi per un momento un piccolo pesce fuor d’acqua.  Divertente quando a Malta, ormai abituata all’infradito e alla pacatezza del popolo canario, parlavo in spagnolo a persone che mi guardavano curiosamente, rispondevano in inglese e chiedevano gentilmente di darmi una mossa… un remake 2017 del “Ragazzo di Campagna” di Renato Pozzetto, per capirci. Valencia, dunque. Ho girato prevalentemente a piedi, soggiornando in una struttura nel centro città gestita da Italiani. Pensando a Valencia penso alla semplicità, dei movimenti, del ritrovarsi. Ma penso anche alla complessità di strutture architettoniche avanguardiste, create dai migliori architetti mondiali a servizio di cittadini e turisti che anno dopo anno scoprono sempre più numerosi questa bellissima città, grande ma a misura d’uomo, economica e che allo stesso tempo pullula di eventi culturali. E penso, infine, alla ricchezza della sua cultura, che riverbera nel Mercato Centrale, il mercato rionale per eccellenza. Nello storio edificio del 1900, impreziosito dai meravigliosi azulejos, le mattonelle che accomunano a livello visivo la Spagna, le isole Canarie, il Portogallo e anche paesi del Nord Africa, primo tra tutti il Marocco, dunque, potrete assaggiare tutte le prelibatezze gastronomiche che questa città ci ha regalato. La paella, prima tra tutti, che proprio qui di tutte le città spagnole nasce nel secolo XV e XVI come piatto unico dei pastori facile da trasportare. Le tapas, i piatti combinati che rendono piacevole il pinchare, lo spizzicare tra delizie di formaggi, chorizo, salumi vari e jamon di ogni tipo. Le patata bravas, piatto tipico spagnolo fatto di patate che vengono prima bollite e poi fritte, accompagnate da una salsa piccante chiamata appunto “brava”. La Albufera de Valencia, ovvero uno stufato a base di patate, paprica, aglio ed anguille servito come una zuppa di pesce. Ultimi, ma non per importanza, la combo horchata e fartons: la prima è una bevanda molto dolce a base di chufa (cipero in italiano), un tubero che si sviluppa solo in terreni con delle proprietà particolari e che ha guadagnato per questo motivo la denominazione d’origine; i secondi sono dei biscotti dalla forma allungata e ricoperti di glassa, simili ai nostri savoiardi anche per gli ingredienti (farina 00, uova, zucchero). Insomma, da buona italiana, a Valencia ho inzuppato e ho mangiato!

Torre di Belem - Melania Romanelli

Lisbona/ Évora. Il viaggio che mi porta a Lisbona prima e Évora poi è un viaggio speciale, di quelli che possono cambiare la percezione del tuo mondo. Il Portogallo era un territorio per me completamente sconosciuto. Di quelli che immagini di un colore o dei quali evochi qualche particolare e poco più. Ci metto piede, mi affaccio alla finestra del bus, alzo lo sguardo. Una sola parola: I N C A N T O. Lisbona prima ed Évora poi sono state una scoperta piacevole e un momento di gioia incontaminata. Il cielo di novembre brillava di un blu mai visto prima, le strade di Lisbona erano piene di colori, suggestioni, micro-input da raccogliere e mettere da parte, le viuzze di Évora si inerpicavano per le collinette impertinenti e sfidanti, complici anche i sampietrini un po’ sbilenchi che dovevi stare attento a calpestare. Di nuovo, un raggio di luce e di colori ti riempiva gli occhi tanto che non potevi non sorridere: gli azulejos, le ceramiche dipinte a mano, gli abiti e gli accessori decorati e lavorati completamente in sughero (il sughero è un materiale tipico portoghese, un business mondiale importante e che qui viene chiamato “oro verde”) e i tipici negozietti di souvenir dove si trova un po’ di tutto e a poco prezzo, compreso il il gallo di Barcelos, (galo de Barcelos in lingua), una figura tipica del folclore portoghese. Di Évora vi parlerò nel prossimo post, perché è un luogo dove ho percorso un cammino particolare lungo 10 giorni e che voglio condividere con voi. Ma torniamo un attimo al gallo.

Evora - Melania Romanelli

Souvenir. La storia di questo gallo mi ha colpita particolarmente. Arriva dalla citta di Barcelos, nel Portogallo settentrionale, dove la leggenda narra di un povero pellegrino che, di ritorno da Santiago di Compostela, fu accusato di aver rubato l’argento da un proprietario locale. Alle strette di fronte al giudice, che stava pranzando con un galletto arrosto, il pellegrino proclamò sicuro la sua innocenza, così come era sicuro che il gallo nel piatto del giudice si sarebbe alzato e sarebbe corso via. Il giudice ovviamente non gli credette e lo condannò all’impiccagione. Eppure, proprio nel momento della sua esecuzione, il gallo si alzò e si mise a cantare. Corso sul luogo della condanna, il giudice trovò il pellegrino ancora vivo, pronto per essere salvato. Grazie al gallo.

Mi piace questa storia, che è un po’ la storia di noi viaggiatori. Siamo sempre pellegrini in cammino, calpestando luoghi e territori non nostri, afferrando pezzi di vita qui e lì con tutto ciò che abbiamo nel piatto: foto, storie, braccialetti, immagini, persone incontrate per un breve istante, sprazzi di vita che vorremmo portare a casa con noi. Ma la cosa che mi piace di più di questa leggenda è la fervida sicurezza del pellegrino, convinto che la sua fede l’avrebbe salvato. E non sto parlando della fede religiosa, ma la fiducia di chi sa di star percorrendo la propria strada. Lontano dai condizionamenti, impermeabile ai giudizi, sordo ai “No”, a chi dice che “è impossibile”, cieco all’immagine di se stesso che racconta il suo passato. Libero di essere ciò che vuole. Libero di amare se stesso. Libero di vivere.

 

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