Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #10

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To the moon and back

melania romanelli lanzarote

lanzarote montagna roja

 

Abruzzo, Marzo 2017.

5 mesi fa ero in Abruzzo a casa dei miei. La mia vita era appena ripresa a scorrere dopo 3 mesi passati in Canada e un libro pubblicato, e con una nuova e insolita routine: scrivevo i miei articoli, andavo in palestra, passavo il mio tempo a fagocitare serie tv e libri ordinati su Amazon (credo di aver battuto ogni record di ordini, ormai ero lo zimbello o forse dovrei dire l’incubo dei Corrieri Espressi). Non c’era nulla che non andasse. Eccetto me. Ero tornata ad essere resteless, smaniosa, insicura, ansiosa 24/7 e facilmente irascibile. Una di quelle persone che incontri alle Poste e ti aggredisce pensando che tu voglia scavalcarla mentre stai solo chiedendo il modulo da compilare all’inserviente di turno. Una persona come tante che avrebbe bisogno di uno psicoterapeuta per affrontare una volta per tutte i problemi che non sa di avere. Ma non divaghiamo.

Ad inizio anno, come ho già scritto in questo post, avevo espresso il desiderio di partire di nuovo e lavorare all’estero. “Voglio vedere le Canarie!”, ecco il mio desiderio. Ebbene, qualche mese dopo sono stata accontentata. Un colloquio su Skype (background della chiamata due palme mosse dal vento… ma che davvero?) e due giorni di agonia sul decidere (a proposito, ho già ringraziato i miei due pusher Patrizio e Vanessa per il loro costante supporto alle scelte più coraggiose da prendere? GRAZIE, seriamente eh) ed ero stata già selezionata per lavorare come fotografa a Lanzarote. Fotografa alle Canarie??? Ebbene sì.

Niente panico. Mi concentro sui preparativi ma non saranno lunghi. Due valigie di 23 kg e due bagagli a mano di indumenti ripotati dal Canada e mai indossati mi sono serviti da lezione: tutto ciò che mi serve è il mio Mac, un i-Phone e il cuore in mano aperto ad una nuova avventura.

Un po’ lo ammetto: mi vergognavo all’idea di fare un’esperienza che avrei forse dovuto fare a 25 anni e non a 34, ma non importa. Sono dettagli “anagrafici” irrilevanti quando stai capendo cosa vuoi davvero diventare nella vita, when you want to figure out life, come dicono gli americani. Sono piuttosto momenti “spirituali”, che accadono quando sei pronto a riceverli e non prima, e non è giusto continuare a crocifiggerci per questo. È come quando incontri l’amore della tua vita nel momento sbagliato: ti sa di fregatura, di beffa, di un ingrato scherzo del destino. Che senso avrebbe, però, incontrare l’illuminazione quando non sei pronta? E quindi eccomi qui a 34 anni, spirito in poppa, pronta a godermi il viaggio passo dopo passo. Un viaggio che ha come prima tappa Lanzarote, l’isola diferente, un viaggio in paesaggi lunari che non ti aspetti, che ti destabilizzano e che ti lasciano senza fiato.

 

Lanzarote, Aprile 2017.

Ho passato a Lanzarote 10 giorni. I primi 10 giorni di prova di quello che per 5 mesi sarà il mio lavoro. Se ci ripenso adesso mi sembra passata una vita da allora. Sono stati 10 giorni duri, intensi, vissuti a pieno, come non mi capitava da tantissimo tempo. Venivo da un periodo di stanchezza emotiva, di nausea nei confronti di tante cose, anche di tanti modi di essere e di apparire di persone, che conoscessi da una vita o da due minuti poco importava. E ho trovato per 10 giorni un mondo che non mi aspettavo: paesaggi da togliere il fiato, tempi che si allungavano, persone capaci di darti tanto anche se ti conoscevano a malapena. Una casa pronta ad accogliermi. Persone speciali, RICCHE. Lo scrivo in grande perché ognuna di quelle persone mi ha dato tantissimo in quel pochissimo tempo che ci è stato concesso dal destino. Tempo speso lontani ma insieme, tempo speso a raccogliere pietre, sabbia, ricordi, momenti, tempo a scambiarci sudore, lacrime, risate. Tempo passato a parlare di arte, musica, rinascimento. Tempo speso a litigare su attori, film. Tempo insieme per sognare la prossima meta, raccontarci quella appena lasciata, metterci un po’ a nudo. È stato breve, ma è stato intenso. Dopo 10 giorni mi hanno assegnato la destinazione: Gran Canaria.

lanzarote casa formazione

 

Gran Canaria, Maggio 2017.

Ho pianto appena arrivata, un uragano reale (5 giorni di pioggia l’anno cadono in Gran Canaria, e il primo l’ho beccato io appena arrivata), pronto a lacrimare assieme a me, che di lacrime non sembravo averne abbastanza quel giorno (ho scoperto poco dopo che le mie riserve erano ancora belle cariche). Mi sentivo lacerata, strappata ad una quotidianità che in pochissimi istanti era già mia, in una casa che sapeva davvero di casa. E con persone da togliere il fiato, così come l’isola. Lanzarote. L’isola che non c’era. O almeno così credevo.

Gran Canaria Sud

“Sarai dove dovrai essere”. Una persona speciale mi aveva appena detto queste parole e, anche se non gli volevo credere, alla fine aveva ragione lei. Anzi, lui. Perché era un ragazzo con un cuore incompleto, imperfetto forse, ma del quale potevi comunque scorgere la regale grandezza. Non so dove sia finito ora, ci siamo sentiti qualche volta, ma non è davvero questo il punto. Ci siamo intrecciati per un breve attimo, e forse ci serviva solo quell’attimo per poter andare avanti per le nostre strade. Che essendo strade hanno sempre dei punti che si rincontrano, prima o poi.

Gran Canaria mi ha dato del filo da torcere. Ne ho parlato tanto e in maniera diffusa, e potete leggere tutto nei precedenti post di questo blog. Quello che voglio raccontarvi ora è come Gran Canaria sia stata davvero fondamentale per me, il luogo dove “dovevo essere” per poter essere qui e ora. Gran Canaria è un rito di passaggio, un luogo di sacrificio e di iniziazione, che non è concesso a tutti. Un’isola che ti mette di fronte alle tue paure, che funge da specchio riflettendoti con le tue imperfezioni. Senza pietà o sconti. Ecco perché ci finiscono le anime intrepide, indomite, pronte alla sfida anche quando non lo sanno e si sentono i più deboli sulla terra. È stato qui che ho ricominciato a respirare, dominando i respiri corti bilanciandoli con quelli più profondi, a colpi di diaframma. È stato qui che ho ricominciato a ridere, magari dopo un attacco di ansia, perché non ero sola. È stato qui che ho conosciuto una delle famiglie più belle che abbia mai avuto. Quelle famiglie in cammino, quelle che non ti lasci mai alle spalle anche quando ti allontani da loro. Le famiglie che ci scegliamo, che non hanno nulla da invidiare a quelle che ci sono state concesse quando siamo nati. Le famiglie fatte di persone che lottano, che toccano, che sperimentano, che sclerano, che piangono, che urlano, che vomitano, che litigano, che fanno pace, che fanno l’amore, che si abbracciano, che si ritrovano un solo giorno insieme. Un giorno che vale per sempre, come quando poi ti separi da loro. Sono loro, quelle persone, a valere per sempre. E di questo sarò sempre grata a Gran Canaria.

Melania Romanelli Gran Canaria

faro di maspalomas - melania romanelli

 

Lanzarote, Settembre 2017.

4 mesi dopo torno a Lanzarote. La sensazione è quella che ho già provato appena ci sono arrivata la prima volta. To the moon and back, ritorno sulla luna, appunto. Appena atterri sulla luna tutto ti sembra meravigliosamente nuovo. Poi ti capita di partire e di ritornare, e quando ritorni hai una sensazione di familiare mista ad un piccolo barlume di disappunto quando realizzi che perderai sempre la magia della prima volta. È un piccolo barlume, ma c’è, ed è dedicato solo ai posti che ti lasciano senza respiro. Il respiro, dicevamo. Finalmente recupero il ritmo regolare, perché qui di spazio visivo ce n’è da vendere. Le vette delle montagne sono gentili, l’aria è energica, il vento ti spinge più in là. Passeggiando sul paesaggio lunare del Timanfaya vivo davvero un momento di pace e raccoglimento che non provavo da tempo.

timanfaya melania romanelli

Sono qui, nella mia casa di Costa Teguise, a due passi dal mare. Ho tenuto queste pagine dell’ultimo post del diario delle Isole Canarie nel cassetto per tanto tempo. Aspettando il momento giusto per scriverle e condividerle. Questo momento è arrivato. Perché quando ti senti illuminata tutto cambia improvvisamente. Irrimediabilmente. Ti senti leggera. Apri gli occhi e osservi il mondo con lenti filtrate. Tutto si fa più nitido. Un mattino limpido, una canzone che risuona nelle orecchie, il tuo sorriso involontario, spontaneo. Ad un tratto, tutto diventa più chiaro. Anche se non è ancora a portata di mano, sai di essere sulla strada giusta. Perché la vedi. Quando dai il bentornato a te stesso, è a quel punto che arriva la luce. Una luce immensa. Uno sguardo che trattiene a stento lo stupore. Uno sguardo che non contiene la vista, tanta è la bellezza lì fuori, tanto è lo stupore qui davanti. Hai voglia improvvisamente di vedere, capire, sorridere, cantare, sperimentare, comporre, scattare, ricordare, emozionare, voglia di sentire, voglia di vivere. E voglia di amare. Ho sempre avuto paura di fare queste cose, quasi un boicottaggio involontario in una misera esistenza. O forse dovrei dire che ho sempre rincorso l’equilibrio, afferrandolo in luoghi dove pensavo potessi trovarlo senza sforzo. Nel cibo, nelle passioni, nelle persone. Le afferravo e ne risucchiavo l’energia, fino a sentirci tutti svuotati. Me per prima. Eppure, sotto il Dedo de Dios (del quale ho parlato in questo post), mi sentivo finalmente dove volevo essere. E con chi. Una sovrapposizione perfetta di filo rosso e filo blu della vita e del destino. Mi sbagliavo, di nuovo, perché non ero ancora pronta. Perché era un equilibrio precario. Siamo un pendolo che oscilla a destra e sinistra. C’è un istante in cui ci sembra di stare immobili, in equilibrio perfetto, ma poi torna di nuovo il vento a soffiare forte. E che ci succede? Che cadiamo di nuovo, se non siamo ben equipaggiati. Mi mancava un passo da fare verso il vero balance.

el dedo de dios Melania Romanelli

Arrendermi, lasciar andare. Trovare il vero equilibrio dentro di me accogliendo tutte le mie parti. Quelle che mi piacciono e quelle che non mi piacciono. Quelle forti e quelle deboli. Specie le deboli, che più delle altre hanno bisogno di un abbraccio stretto. Più facile a dirsi che a farsi, no? Eppure, quando conosci qualcuno o qualcosa di imprevisto ti accade è normale accusare il colpo. Diamo la colpa al destino, diamo la colpa a Dio, diamo la colpa agli altri, dimenticandoci di un’altra variabile importante: noi. Siamo così distanti da noi stessi ma così vicini al muro di mattoni che ci blocca che non siamo capaci di vedere così da vicino. Diventiamo ciechi, dimenticando che di fronte a noi non abbiamo solo squali pronti a sbranarci. Ma pezzi di anime, e sono fragili, specie quelle più resilienti a cui pensi di non poter dare nulla perché si sono già prese tutto. Anche loro hanno le loro debolezze, insicurezze, dei punti di contatto che proprio perché sono tali si possono toccare, squarci vivi nella perdizione degli occhi. Sta solo a noi decidere se stare a guardare, continuare a lottare restando ai margini oppure toglierci le scarpe e camminare a piedi nudi senza paura di ferirci. Se camminiamo controllando le parti scivolose e restando fermi con i piedi sulla roccia c’è meno rischio di cadere, anche se il terreno resta scivoloso.

Let go, dunque. Lasciar andare la smania di controllo di tutto e tutti. Lasciar andare la preoccupazione di non poter arrivare, di dover rendere conto, l’ansia da prestazione che ci insegue anche alla cassa del supermercato. Lasciar andare e fare in modo di vivere le piccole cose che nella vita ci rendono felici. Mangia, prega, ama. E respira. L’universo e il karma penseranno a tutto il resto.

Sono partita con un bagaglio leggero, e quando tornerò lo farò con un bagaglio ancora più leggero. Di cose. Perché il bagaglio di esperienze, di emozioni, di persone… quello sì che è un bagaglio pesante! MR. Sono le iniziali delle due persone che porto nel cuore e per cui la gratitudine è grande. Elisabeth Gilbert dice che ogni persona che incontriamo è per noi un’insegnante. Quello che so è che queste due persone sono molto più di questo. Pur avendomi insegnato tanto, mi hanno ridato la capacità di ridere. Di una stupida smorfia fatta dietro le spalle dei clienti ignari (oops, beccata!), di un tatuaggio diviso a metà, di momenti gratuiti di psicopatica isteria femminile, di una battuta ripetuta allo sfinimento, di un profumatore per ambienti “fai da te” dentro un’auto a noleggio, di una noiosa canzone che va avanti da secoli, di un barattolo di cereali sognato e rovesciato per terra un momento dopo, di una lotta fisica a colpi di solletico (nella quale ho perso). MR. Sono anche le mie iniziali. Tutto torna in maniera circolare quando sei sulla strada giusta. Trovando loro sto ritrovando me stessa.

felipe eat pray love

espiral canaria Melania Romanelli

 

Hit the road again, torna a camminare di nuovo, perché la strada è lontana dall’essere terminata. Nel frattempo… voglio essere grata, voglio stare fuori, voglio rimanere affacciata, voglio pendere dalla balaustra, voglio sentire il vento sulla faccia, una canzone d’amore perfetta nelle orecchie, voglio amare di un amore puro e incontaminato. E voglio vedere lo spettacolo che è questa vita che abbiamo proprio di fronte a noi. Spalanco le braccia, perché l’universo deve sapere che finalmente sono pronta a riceverla tutta insieme. E ora? Stay tuned…

Melania Romanelli - Gran Canaria - Roque Nublo

 

 

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