Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #1

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Oggi il tempo è capriccioso a Puerto de Mogán. Mi trovo nella parte sud di Gran Canaria, uno dei luoghi più conosciuti che popolano l’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie. Sono qui da un mese esatto, ormai, e ancora non mi sembra vero. Se ripenso a come è iniziato il 2017 mi viene da sorridere. Me lo ricordo bene il mio desiderio espresso allo scoccare della mezzanotte, mentre mangiavo i 12 chicchi d’uva che portano fortuna e trasformano i sogni in gigantografie di realtà. O almeno così dicono, pensavo. E il mio desiderio, che di solito mi teletrasportava con la mente in un altrove non troppo definito ma dal sapore di salvezza e anche un po’ di casa, questa volta aveva una direzione ben precisa: Isole Canarie!

Ero appena tornata dal mio viaggio in Canada, o per meglio dire dalla mia fuga. L’anno appena trascorso a Roma era stato uno dei più duri, a livello fisico ma soprattutto a livello mentale. Ore di lavoro alle spalle, lavoro pesante, di fatica, in piedi, a servire tavoli, a far finta di sorridere, a ricacciare indietro la frustrazione, a lottare contro tutto e tutti. Contro chi mi ricordava delle mie due lauree nel cassetto, che pian piano mandavano puzzo di marcio. Contro chi, incurante di quelle stesse lauree, mi trattava come l’ultima vite della catena produttiva. Contro chi, seduto ad un tavolino con le gambe accavallate, sfoderava la sua cafoneria verso persone la cui pecca principale era abitare il personale di un bar di quartiere. Contro me stessa, che non riuscivo davvero a trovare la serenità, costretta ad inseguire sogni a forma di Euro solo per poter strappare un altro pezzo di vita a quella Roma che amavo, che mi aveva dato tutto e che mi stava togliendo tutto. Ero spenta, gli occhi aperti ma coperti da una patina, il velo della rassegnazione che pian piano si impossessa di te e ti risucchia se solo ti distrai e lo lasci fare indisturbato. Fino a quando, durante un afoso giorno d’estate romana, all’improvviso, viene in mio soccorso il mio corpo. Prima sotto forma di lacrime, fiume, sconsiderate, a singhiozzo. E poi sotto le spoglie di attacchi di panico, che a distanza considero sempre più profetici. Perché quando chiudo la bocca, apro le orecchie e sto ferma, è il mio corpo a parlare. E ad agosto 2016 mi sussurrava una sola parola: fuga!

E così sono fuggita per 3 mesi in Canada, in solitaria, al freddo. 3 mesi intensi e necessari. Da sola, mi sono costretta al silenzio. Da sola, mi sono costretta ad uscire con la neve e ad affrontare la tempesta. Da sola, ho affrontato freddi metereologici e deserti emozionali. Da sola, ho ricominciato in punta di piedi ad ascoltare la mia voce e a lasciarle sempre più spazio. Una voce prima flebile, poi sempre più vivida. Un suono che piano piano si è sprigionato in tutta la sua potenza espressiva tornando ad essere non più solo una voce, bensì una frase e poi un’altra ancora, messe in fila. Un racconto, poi un altro, poi un libro. E poi un dito che scatta, una fotografia che esce bene, e poi un’altra ancora. La mia voce è ritornata ad urlare in megafoni creativi. Ad incorniciare bellezza ovunque la vedeva e riportarla sulla pagina bianca di un computer, su un’istantanea, oppure su un fogliettino di carta. 3 mesi vitali, anche se traditi dall’inverno canadese e dal mio diagnosticato deficit di Vitamina D.

La bellezza, oggi, ha la forma del sole. Dopo 3 mesi di freddo, pregando ogni giorno di poter ricevere un segnale, un indizio che mi consentisse di percepire che il mio cammino alla ricerca del sole era davvero iniziato, finalmente la mia pelle mi sorride. Sento la Vitamina D pulsare dento di me, sento il mio corpo vibrare sotto il sole di Puerto de Mogán, e nascondersi dietro a minuscoli brividi quando qualche nuova capricciosa gli sbarra la strada. Ma sono solo nuvole passeggere. Il tempo, qui a Gran Canaria, è bello durante tutto l’anno.

Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. Ve lo racconterò passo dopo passo.

Ogni tanto ricevo qualche messaggio dall’Italia: “Melania, ma che ci fai alle Canarie???”, “Stai lavorando lì?”, “Ti manca l’Italia?”, “Come stai? #sperotuttobene”. “Quando torni?”. Passeggiando per le stradine di Mogán, la Little Venice di Gran Canaria per i suoi canali che sfociano sul porto piccolino e caratteristico, mi accorgo di non avere la risposta a tutte queste domande, anche se a qualcuna sì. Eppure, per quelle domande a cui non so rispondere, non posso far altro che sorridere: se ci pensate bene, non è proprio questa la parte migliore? Stay tuned.

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