RYANAIR: nuove norme bagaglio a mano a partire dal 15 gennaio 2018

airport melania romanelli

 

Dopo le polemiche di questi mesi sulle proteste dei suoi piloti, Ryanair torna a far parlare di sé. Ma per un motivo molto utile per chi viaggia spesso con questa compagnia. Sono regolari da qualche giorno, infatti, le nuove norme per i bagagli a mano da portare con sé in cabina.

In un primo momento le regole dei bagagli da portare in cabina erano restrittive:  1 solo pezzo. In un secondo, del resto, si era scelta una linea più morbida, con due pezzi gratuiti. Oggi, al contrario, le nuove regole sono una via di mezzo tutto sommato comoda per evitare ritardi al momento dell’imbarco.

Dal 15 gennaio 2018, dunque, è possibile decidere sin dal momento della prenotazione cosa volete portare in cabina, per evitare soprese al gate. Vediamo insieme come!

 

bagagli a mano ryanair

 

 Se acquistate il biglietto senza priorità:

 Potrete comunque viaggiare con 2 bagagli, ma portando con voi sull’aereo solo uno di questi, mentre l’altro vi verrà spedito gratuitamente.

Nello specifico potrete portare in cabina un solo bagaglio a mano di dimensioni 35 x 20 x 20 cm da sistemare sotto il sedile di fronte a voi. Con questa opzione di acquisto, in pratica, non è consentito portare a bordo il trolley ma solo un “pezzo” delle dimensioni che vi ho appena indicato. Se volete portare un trolley con voi è possibile, quindi, ma questo verrà registrato al gate d’imbarco (quindi portatelo con voi oltre i controlli di sicurezza e fino al gate) e sistemato nella stiva dell’aereo gratuitamente dal personale Ryanair.

 

Ricapitolando:

2 bagagli gratuiti

  •  1 pezzo personale in cabina di dimensioni 35 x 20 x 20 cm
  •  1 trolley di dimensioni standard da spedire gratuitamente al gate d’imbarco

 

yanair nuove regole bagagli a mano

 

 Se acquistate il biglietto con priorità:

 Chi acquista le opzioni “Priorità e 2 bagagli a mano”, “Flexi Plus”, “Plus” o “Family Plus” può portare in cabina 2 bagagli a mano. Ecco quali:

  • 1 piccola borsa di dimensioni 35 x 20 x 20 cm da sistemare sotto il sedile davanti
  • 1 secondo bagaglio (zaino o trolley) di dimensioni 55 x 40 x 20 cm da riporre nella cappelliera della cabina (per vedere se entra senza problemi potete sempre utilizzare i misuratori al gate)

Ricapitolando:

2 bagagli

  • 1 pezzo personale in cabina di dimensioni 35 x 20 x 20 cm da riporre in basso di fronte a voi
  •  1 trolley o uno zaino in cabina di dimensioni 55 x 40 x 20 cm da riporre nella cappelliera in alto.  

 

A prescindere dalle due opzioni, comunque, portate con voi il bagaglio aggiuntivo fino al gate d’imbarco. In entrambi i casi, inoltre, chi non osserva le norme dovrà pagare una penale di € 50 per articolo al gate di partenza. Per ulteriori informazioni segnalo un ottimo video che si può trovare sul canale Twitter di Ryanair.

Non vi resta che decidere la destinazione e… buon viaggio!!!

 

5 libri da leggere assolutamente nel 2018!

36 domande per farti innamorare di me vicki grant

Ci siamo, lettori! Le scorpacciate di Natale, i festeggiamenti di Capodanno e i dolci della Befana sono passati, come al solito sempre più velocemente quando ci facciamo grandi, e sono ufficialmente terminate le feste.

E cosa c’è di meglio che tornare alla routine quotidiana regalandoci qualche lettura piacevole, riprendendo in mano il desiderio di immaginare, creare, viaggiare?

Ecco qui, dunque, la mia personale lista dei 5 libri da leggere assolutamente nel 2018, libri che mi hanno accompagnata in questi mesi e dai quali ho imparato qualcosa di me stessa e del mondo, piccole e discrete lezioni per affrontare la vita come solo i libri sanno insegnare.

Eccoli qui i 5 libri da leggere assolutamente nel 2018:

  • Il Pibe de Oro di Raffaele Nappi
  • The Last American Man di Elizabeth Gilbert
  • 36 domande per farti innamorare di me di Vicki Grant
  • Esperanza di Alberto Fumagalli
  • Le fragili attese di Mattia Signorini

 

  • Il Pibe de Oro di Raffaele Nappi. Conosco Raffale Nappi personalmente e di lui mi hanno sempre colpito ironia e disponibilità. Voi direte: “cosa c’entra con il libro?”. C’entra. Perché per raccontare in maniera così appassionante l’ascesa e la caduta di un mostro sacro come Maradona, un Dio sceso in terra – tanto per utilizzare una metafora cara ai napoletani – può volerci solo una persona aperta e disponibile alla comprensione, attenta alle sfumature della vita, compassionevole. Ed è proprio “compassione” il sentimento che trasuda dalle pagine del libro. Raffaele Nappi ripercorre i momenti salienti della carriera del Pibe de Oro, da quando fin da piccolo ammaliava gli spettatori della squadra Les Cebollitas, mai così affollati per un campionato juniores, passando per lo storico Scudetto con il Napoli nel 1987 fino ad arrivare alla caduta rovinosa a base di festini e cocaina che ne hanno decretato la fine calcistica (e non solo quella). Maradona è messo a nudo con delicatezza, con mestiere, restituendo al lettore un ritratto intimo e vicino al calciatore, un eroe anticonformista che resterà imbrigliato tra essere e apparire, tra aspettative e tradimenti, tra caduta e riscatto. In un vortice di amore/ odio che per Napoli, e per il calcio mondiale, hanno rappresentato indimenticabili montagne russe emozionali.

maradona il pibe de oro

 

  • The Last American Man di Elizabeth Gilbert. Elizabeth Gilbert, per chi non la conoscesse, è l’autrice di Eat Pray Love, best seller dal quale è stato tratto il celebre film con Julia Roberts, che raccontava il viaggio personale di una donna alla ricerca di sé attraverso i piaceri del cibo in Italia, la spiritualità in India e la vita semplice ed edonistica in un paradiso come quello di Bali, in Indonesia. Il libro che vi consiglio, del resto, ha dentro di sé questi temi e anche molto di più. L’“ultimo americano”, nella penna dell’autrice, è Eustace Conway, un ragazzo nato nel South Carolina che da giovane, complice anche i continui litigi con il padre, decide di mollare la sua comoda vita suburbana per trasferirsi nei boschi, producendo con le sue mani il cibo, gli attrezzi, i vestiti e persino la sua capanna. A parte la curiosità di scoprire come sia possibile vivere in questo modo, quello che colpisce di Eustace è il suo rifiutare il ruolo di eremita, abbracciando da pioniere una missione più alta: riportare l’America all’essenza, all’autenticità, rifiutando la società dei consumi e vivendo in comunione con la natura. Eustace, infatti, è il fondatore di Turtle Island, un campo tuttora aperto ai ragazzi e a tutti coloro che vogliono scoprire come si vive nei boschi provvedendo per sé come facevano le tribù prima dell’avvento delle città. Un libro per riflettere sul superfluo e sull’importanza di restare radicati alle nostre radici primordiali.

the last american man elizabeth gilbert

 

  •  36 domande per farti innamorare di me di Vicki Grant è stata una piacevole scoperta, capitata quasi per caso. Girovagavo in libreria alla ricerca di ispirazione e, come spesso accade, sono stata attratta dalla copertina in primis e poi dal titolo. “36 questions that changed my mind about you”, “36 domande che mi fanno cambiare idea su di te”, questa è la tradizione letterale del titolo inglese: che cosa vorrà mai dire? Eccovi la trama, ancora più intrigante del titolo: due perfetti estranei partecipano ad un esperimento psicologico nel quale sono costretti a restare nella stessa stanza rispondendo entrambi a 36 domande. L’esperimento vuole provare che, tramite una conoscenza approfondita su alcuni aspetti essenziali della vita umana (specie quella personale e segreta che ognuno di noi custodisce dentro) tutti noi siamo capaci di innamorarci veramente di chi abbiamo di fronte, anche di uno sconosciuto. Paul e Hildy non porrebbero essere più diversi: lui è il classico ragazzo sbruffone, un po’ petulante, che non accetta nulla come dato di fatto e sempre pronto a fare polemica; lei è la classica brava ragazza un po’ timorosa, che non regge la pressione e il giudizio altrui ed è sempre pronta a fare la cosa giusta. Il cocktail è esplosivo! Paul e Hildy si innamoreranno alla fine delle 36 domande? Niente spoiler, aspettate l’uscita italiana a febbraio e lo scoprirete!

36 domande per farti innamorare di me vicki grant

 

  • Esperanza di Alberto Fumagalli. Già autore di Crysi, Alberto Fumagalli riprende un tema a lui caro, quello delle difficoltà umane che la crisi ha portato con sé, per raccontare la storia di Edoardo Italiani, uno scrittore emergente che fa fatica ad arrivare a fine mese con lavoretti al di sotto della sua soglia di sopportazione. L’unico contatto familiare è con la nonna Edera di 100 anni, con la quale vive e che provvede finanziariamente a lui quando ne ha bisogno. Edoardo attraversa un periodo complicato, in cui fa fatica a guardarsi allo specchio, e nel quale vede tutto nero. Un momento nel quale il bianco è solo quello delle sue pagine che non ne vogliono sapere di trasformarsi in romanzo. È bloccato, Edoardo, come molti ragazzi della sua generazione: andare avanti e spingere il piede sull’acceleratore della vita, riconquistando la sua amata Sophie, oppure rinunciare a tutto? Eppure, Edoardo scoprirà che nella vita non ci sono solo il bianco o il nero. C’è anche il verde: il verde della menta, il cui profumo continua inspiegabilmente a sentire nei luoghi più impensabili, il verde della speranza, alla quale Edoardo, anche se non lo sa, farà fatica a rinunciare. Fin quando non la incontra davvero. Ed è proprio quando ricomincia a sperare, accompagnato dalla originale prosa dell’autore, che passa dal singhiozzo sincopato dell’incipit ad una narrativa più distesa nelle pagine finali, del resto, che tutto inizia a cambiare. Perché nonostante tutto, non bisogna mai permettere alla crisi di “toglierci i sogni”. Mai.

esperanza alberto fumagalli

 

  • Le fragili attese di Mattia Signorini. È un libro che ti afferra dalla prima pagina e non ti molla più, perché non possiamo davvero attendere, appunto, senza sapere come va a finire. La vita degli ospiti della Pensione Palomar scorre lenta e appesa ad un equilibrio sottile ed invisibile: c’è Guido, un professore d’inglese che insegna ad una bambina muta; c’è Adolfo, un generale in pensione che ripensa ancora al periodo glorioso della guerra; c’è Lucio, in viaggio alla ricerca del padre che non vede da anni; c’è Ingrid, cassiera di giorno e frequentatrice di locali notturni di notte, che vive la sua vita in bilico sull’oblio. E poi c’è Italo, il proprietario che gestisce la pensione assieme alla sua fedele governante Emma, che alla soglia degli 80 anni ha deciso di chiudere. Non prima, però, di risolvere un mistero che rinnova improvvisamente in lui la voglia di vivere, il desiderio di amare: a chi sono rivolte quelle lettere d’amore scritte negli anni ’50 da una misteriosa ragazza di nome S.? Le vite dei personaggi si intrecciano, si inseguono, legate da un filo comune: la nostalgia. Di un ricordo, di un gesto, di un silenzio, di una mano poggiata sulla spalla, di una lettera mai recapitata. Sono fragili le loro speranze, i loro sogni, in perenne attesa che qualcosa accada per svegliarle dal torpore. E grazie alla scrittura delicata ma trascinante di Mattia Signorini anche noi lettori viviamo nell’attesa che qualcosa accada, fagocitando parole, assistendo allo spettacolo di questi equilibristi in attesa di vivere. Un libro con il quale riscoprire anche in noi il desiderio sempreverde di vivere la vita che vogliamo veramente, senza rimpianti.

le fragili attese mattia signorini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa fare a Capodanno: GOODBYE 2017, WELCOME 2018!

 

Melania Romanelli Las Palmas
Amo la fine dell’anno.

Amo i riti portafortuna di Capodanno. Amo l’atmosfera che nasce in maniera spontanea ovunque si passeggi. Le chiacchiere al bar, i propositi per il nuovo anno, i concerti della notte del 31 dicembre, le previsioni astrali (attendo il solito Oroscopo 2018 di Paolo Fox segno per segno come un bambino che brama impaziente il suo giocattolo preferito!), i borbottii omnicomprensivi del periodo natalizio (che comprendono la dieta detox post-Natale e le immancabili ripercussioni del pranzo di Natale coi parenti), la corsa all’acquisto dell’intimo rosso per la notte di Capodanno (a proposito, già sapete cosa fare a Capodanno 2018?), le riflessioni sui 12 mesi appena trascorsi. In effetti Capodanno è un momento davvero cruciale, complicato, che costringe anche i più impegnati a guardarsi allo specchio, a riflettere su ciò che si è portato a casa, che si è imparato, che si è lasciato andare. E anche sui desideri e i goal da realizzare, per salutare il 2017 come si deve e dare il benvenuto al 2018!

Curiosissima nel conoscere i vostri propositi, ecco il mio 2017 di conquiste e lezioni… e anche le previsioni di come sarà il mio 2018 (altro che Paolo Fox!). Sì, perché la vita, che che ne dicano i gufi, possiamo davvero costruircela noi mattone su mattone!

Wanderlust - Melania Romanelli

 

2017 step by step: cosa ho conquistato

  • Ho fatto ritorno dal viaggio più importante della mia vita (fino ad ora). Come molti di voi sapranno, nell’ottobre 2016 sono partita per il Canada per 3 mesi. A prescindere dai luoghi meravigliosi che ho visitato (sui miei profili Instagram e Flickr trovate le immagini della mia esperienza!), e dalle persone magnifiche con le quali ho vissuto, quei 3 mesi sono stati fondamentali per me a livello personale e professionale. Proprio dal Canada ho costruito le premesse per la mia nuova vita, scoprendo il piacere di viaggiare da soli sfidando situazioni paradossali (bloccarsi nel ghiaccio con l’auto, fatto!) e il gelo delle notti del Québec. Il risultato è il mio libro, Spero Tutto Bene, che mi ha dato la possibilità di girare intervistando anime coraggiose che proprio in Canada hanno gettato l’ancora nel loro viaggio personale alla ricerca della felicità.

Niagara River Canada

 

  • Ho ritrovato la mia creatività. Il blocco dello scrittore esiste. Ne ho avuto la conferma per tutto il 2014, il 2015 e il 2016, anni segnanti ma privi di stimoli creativi. Rimettermi in moto mi ha finalmente costretta a momenti di solitudine, situazioni con zero connessione e connessioni, con solo me stessa a farmi compagnia. Il risultato sorprendente di tutto questo girovagare da sola è stato che, senza forzature, ho ripreso la penna in mano. E non solo quella! D’altra parte, come insegna Elizabeth Gilbert in Big Magic, la creatività può davvero conquistare ogni momento e aspetto della nostra vita!

  • Ho vissuto dentro una comunità musulmana a Londra. A marzo 2016, nel cuore dell’editing finale di Spero Tutto Bene, mai avrei immaginato di essere selezionata dalla mia collega Sumera Tariq per partecipare ad un summit mondiale a Londra con i membri della Comunità Islamica Ahmadiyya! Essere circondata da persone all’apparenza così diverse da me, osservare, odorare, toccare e vivere una cultura a me quasi sconosciuta è stata un’esperienza irripetibile e davvero emozionante. Se volete leggere il resoconto del mio viaggio nel cuore della comunità musulmana Ahmadiyya a Londra vi lascio al mio vecchio post!

Melania Romanelli - Sumera Tariq

 

  • Ho scoperto la fotografia. Ne sono sempre stata innamorata, l’ho corteggiata e nel 2017 l’ho finalmente conquistata! Grazie al mio viaggio tra Gran Canaria e Lanzarote (che ho raccontato in diversi post sul mio blog delle Isole Canarie) ho avuto la possibilità di lavorare come fotografa a stretto contatto con il mondo del turismo. Non solo ho avuto il piacere di visitare alcuni degli hotel più belli delle isole, tra cui hotel 5 stelle con spettacolari piscine infinity, ma ho potuto soprattutto parlare con persone provenienti da decine di nazioni differenti, comunicando con il linguaggio universale dell’empatia (visto che con il tedesco e il francese mi fermo a Ich Bin Melania e Merci beaucoup…). Come coronamento della mia continua sperimentazione, infine, ho avuto il piacere di partecipare alla recente mostra fotografica nel comune laziale di Rieti, nella quale sono state esposte alcune delle mie fotografie!

 

 

  • Ho finalmente sconfitto la mia eterna paura di viaggiare in aereo! Ebbene sì, ho paura di volare in aereo! Sarà che mi piacciono le trame catastrofiche (e tra i miei film e serie preferiti non mancano Alive – Sopravvissuti, Final Destination e Lost, che proprio non raccontano voli aerei all’insegna del buonumore, insomma), sarà che ho sempre la nausea ogni volta che il mio stomaco sobbalza, ma ho sempre sudato al pensiero di salire le scale del portellone. Incredibile, vero? Questo 2017, per un motivo e per un altro, mi ha costretta a prendere più volte l’aereo di quanto non abbia fatto con macchina e treno, portandomi da una situazione di panico pre-partenza a quella opposta in cui mi addormento con le cuffie ancora prima di decollare (tanto le uscite di sicurezza le controllo sempre quando salgo, tranquilli!)

 

  • Ho imparato lo spagnolo: 6 mesi alle Canarie e un viaggio a Valencia. Nuovi amici spagnoli a profusione (Andalusia, Catalogna, Galizia, poco importa, tanto sono tutte persone speciali… delle quali cogliere gli accenti più particolari!). E una certezza: continuando a vivere alle Canarie e viaggiando per la Spagna posso solo che migliorare!


  • Ho imparato come fare un videoclip: nonostante le apparenze, sono una persona all’antica. Al computer preferisco carta e penna e agli audio di whatsapp (anche se le mie amiche stentano a crederlo quando lo dico) preferisco le lunghe chiacchierate faccia a faccia. Eppure, a novembre 2017 ho partecipato ad un workshop per operatori della gioventù e blogger in Portogallo nel quale ho imparato a montare un videoclip con tanto di voice over (la mia, con un lavoro di self control notevole), oltre a musica, immagini e video. Strumenti che nel 2018 impiegherò per i miei progetti futuri (anche se continuo a non saltare dalla gioia quando apro I-Movie, sia chiaro…)

 Valencia - Melania Romanelli

  • Ho viaggiato lavorando, lavorato viaggiando: il momento in cui ho capito che il mio sogno di lavorare viaggiando si stava avverando è stato quando a Montreal, viaggiando da sola, in tre giorni ho visitato la città, fatto shopping, preso caffè, scritto mail dal McDonald’s e inviato articoli con la connessione inimitabile di Starbucks. Yes, we can!!! E we must! Possiamo e dobbiamo lavorare viaggiando!


  • Ho lanciato la mia comunità Instagram. Ho aperto Instagram qualche anno fa, ma solo quest’anno ho davvero capito quanto Instagram mi abbia regalato la possibilità di connettermi con tanti viaggiatori, menti esploratrici e comunità di persone così tremendamente simili a me. Travel blogger che viaggiano da soli/e, wanderluster che affrontano sfide impossibili (compresa la nobile arte del mangiare larve e vermi fritti), scrittori emergenti con i quali scambiare libri e consigli di lettura, fotografi capaci di fissare momenti indimenticabili in giro per il mondo. Tutto questo è linfa vitale per la mia vita personale e per il mio lavoro, ed è grazie a questa crescita continua che oggi posso stringere virtualmente la mano a quasi 5500 anime, alle quali va tutta la mia gratitudine per seguirmi con così tanto affetto!

lanzarote montagna roja

2017 step by step: cosa ho imparato

  • Ho imparato a viaggiare da sola: ho capito che il mondo è un luogo grande e sconfinato e che non c’è niente di meglio che scoprirlo con la sola forza delle mie braccia.
  • Ho imparato a gestire un set fotografico e dei modelli indisciplinati.
  • Ho imparato a meditare.
  • Ho imparato a lasciar andare.
  • Ho imparato a selezionare i pensieri e a regalare vibrazioni positive alle persone intorno a me.
  • Ho imparato a passare più tempo sola con me stessa e con la mia creatività.
  • Ho imparato il valore del quality time, gestendo il mio tempo facendo solo le cose che mi piacciono davvero: la vita è un brivido che vola via, ed è nostro compito cercare l’equilibrio sopra la follia, come diceva Vasco.
  • Ho imparato che il tuo migliore amico può essere la persona che non hai ancora conosciuto

Melania Romanelli - Maspalomas Dunas

2018… cosa mi aspetta

  • Un’operazione importante e tanto sport, perché il benessere fisico e mentale viene prima di tutto.
  • Un trasferimento alle Canarie, perché tornare a pagare l’affitto significa investire sulle mie capacità senza timore.
  • Un viaggio a Barcellona con le amiche di sempre.
  • Un progetto lavorativo importantissimo, top secret, ma decisamente work in progress!
  • La nuova promozione del mio primo libro Spero Tutto Bene… e del secondo (in cantiere)!
  • Un viaggio (negli USA) con papà.
  • Un workshop a Londra con la scrittrice di Eat Pray Love Elizabeth Gilbert… con annesso Harry e Meghan sposi (Harry, te lo stiamo chiedendo tutte: ripensaci!).
  • Onorare il mio nuovo tatuaggio e progettare i viaggi per la seconda parte del 2018: Spagna in ogni dove, e poi Bali e Indonesia, India, Vietnam, Thailandia… e se avanza tempo anche Messico e Sud America!
  • Imparare il francese, per avere più chance con i ragazzi francesi (oltre ad una scusa in più per mangiare il pain au chocolat!).
  • Esercitarmi sulla mindfulness e sulla gratitudine.
  • Coltivare la mia community su Instagram dando valore alle cose che condivido ogni giorno con i miei follower. Con l’obiettivo di toccare quota 10.000 quanto prima!

melania romanelli lanzarote

Ultimo ma non per importanza il proposito più grande di tutti: aprirmi all’amore. All’amore verso me stessa, all’amore verso gli altri, all’amore verso una persona che sta per arrivare (che non appartenga assolutamente alla categoria dei 6 tipi di uomini da evitare, ovviamente). Perché qualunque percorso personale ha bisogno di viaggiare sempre a gonfie vele… e cosa c’è di meglio di farlo in compagnia?

Buon 2018 a tutti

Melania

P.S. Ve l’ho già detto che sogno di volare su una mongolfiera in Cappadocia?

 

Le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale (e come reagire se ve le dicono!)

melania romanelli buon natale

Ci siamo. Thank God is Christmas, come dicono gli inglesi. Natale è arrivato! Come si fa a non amare il Natale? Le luci colorate e intermittenti, il camino acceso e scoppiettante, le canzoni di Mariah Carey, gli Wham e Micheal Bublè, ogni tipo di leccornia dolce e salata da gustare sentendosi un po’ meno in colpa, i regali sotto l’albero che aspettano di essere scartati, il torrone Pepitas e il pandoro Melegatti… eppure, sfido chiunque a non sentire un po’ di ansietta la mattina del 25 dicembre quando si avvicina, inesorabile e implacabile, il pranzo con i parenti!!!

A prescindere dal rapporto con i membri della vostra famiglia, infatti, alzi la mano chi non teme l’ennesimo commento impiccione, la sberla compiaciuta o il pizzicotto di una mano pesante (che di anni non ne abbiate più 3 ma 33 o 43 non sembra avere la benché minima rilevanza), o ancora il classico sguardo di malcelato disgusto a gelarvi proprio quando state per addentare il primo boccone di lasagna, sperando che non vi vada di traverso!?! Se non sapete di cosa parlo e per voi il 25 dicembre è tutto un sussulto di cori e sorrisi di giubilo, sotto a decidere il menù di Natale e organizzare il tombolone! Se invece fate parte della maggioranza delle persone e avete una classica famiglia farcita, ricca di cugini, fidanzati, zii, suocere e chi più ne ha più ne metta pronti con la lista inquisitoria degli argomenti più scomodi da trattare, eccovi servite le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale (e le tattiche su come reagire se ve le dicono per davvero) per scongiurare l’incidente diplomatico proprio quando dovremmo essere tutti più buoni!

luci natale

1. Come va il lavoro? A prima vista è una domanda innocua. Potrebbe nascere dal sincero interesse di sapere come ce la passiamo, specie in un ambiente dove spendiamo gran parte del tempo. E poi siamo noi a comandare la risposta, a decidere cosa dire e come dirlo, quali informazioni lasciare al pubblico ludibrio e quali tenere per noi, con la speranza di chiudere l’argomento in fretta e passare al successivo. Ma, come la più innocua delle domande, il risultato dipende dal lavoro che si fa. Un tempo bastava dire di essere postino, carrozziere, muratore, meccanico, idraulico e persino prostituta, che tutti sapevano benissimo quali erano le problematiche, le peculiarità e anche il relativo luogo comune per alleggerire un po’ il carico di stress. Ma provateci voi a rispondere al novello sposo di vostra cugina, che di mestiere fa il semplice e sempre verde impiegato dell’INPS, e che mentre succhiate un’oliva vi chiede: “Ma esattamente che vuol dire blogger?”. E mentre tu sei lì a sbracciarti animatamente snocciolando la bellezza di essere freelance, di poter lavorare dove vuoi e ai tuoi orari, anche al bar mentre ordini una tisana alla liquirizia o latte di avena e cereali (in quei rari luoghi illuminati dove ciò è possibile) lui assesta il suo micidiale colpo: “Sì scrivi, ho capito, ma esattamente che lavoro fai? Cioè come ti guadagni da vivere?”.

Tattica: se come me siete una scrittrice freelance, bisogna imparare una regola basilare per vivere senza stress le feste, qualunque esse siano. Per alcuni dei vostri interlocutori (non per tutti, vivaddio) scrivere non sarà mai un lavoro. Fine. Titoli di coda. Anche se cercate di convincerli non cambieranno mai idea. Non resta che respirare, contare fino a tre, e guardare negli occhi il malcapitato: “Mi guadagno da vivere facendo quello che amo di più al mondo. Credo che anche per te sia così, no?” (e se fare l’impiegato dell’INPS è il suo sogno divenuto realtà va benissimo così, beato lui e viva gli sposi ovviamente). Nella mia scena madre ho i capelli appena lavati, morbidi e ondulati con le beach waves, ma voi potete adattarla a vostro piacimento.

addobbi natale

2. Quando ci presenti qualcuno/a? È risaputo: Natale vuol dire anche riflessione. Complice la fine dell’anno, complici le pubblicità della Coca Cola e dell’Ikea, tutto intorno a noi ci porta a pensare alle persone alle quali vogliamo bene, a quelle che ci sono e a quelle che non ci sono. E anche se stiamo bene da soli, se non abbiamo qualcuno affianco a Natale si nota un po’ di più. Ecco perché tra le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale questa è la più delicata, perché ci tocca nell’intimo. Di solito ci pensa la zia a rompere il ghiaccio (e non solo quello). Per carità, probabilmente è la zia che ci vuole più bene. Quella che ci vorrebbe felicemente accoppiati, dipendenti Rai e con un imminente matrimonio da organizzare in grande stile (dove lei è per forza la wedding planner) e non perennemente soli, con uno zaino in spalla e con la pelle secca per le troppe ore spese in aereo o a dormire in aeroporto con un occhio chiuso tramortito dalla stanchezza e uno aperto per paura che ci rubino anche le mutande. Il problema è che il fatto che tu sia solo per lei non è una dolce preoccupazione, ma un problema che crei proprio tu, un affare di stato del quale sei l’unico colpevole. E per il quale il mondo non si preoccupa di chiedere la tua estradizione. “Però fermati un attimo, no! È normale se sei solaaaaaa! Sei troppo inafferrabileeee! Come fa un uomo a fidarsi di te? Per forza sceglie la ragazza della porta accanto” (il discorso vale anche al maschile, ma con meno frequenza). E se invece della ragazza della porta accanto siete “la ragazza del portellone accanto”, perché all’ennesimo viaggio aereo scegliete sempre il posto vicino all’uscita di sicurezza, allacciate le cinture e state fermi in attesa che il segnale luminoso si spenga. Perché se provate a rispondere ora creerete un incidente in pista!

Tattica: arriva il momento che io e una mia cara amica che condivide con me la sventurata strada del freelancing chiamiamo “momento Actors Studio”! Ridete, tanto, senza fine, una di quelle risate talmente finte che vi escono via anche le lacrime per la troppa finzione e per l’emozionante performance che state mettendo in scena. Tanto non c’è molto da dire. E nemmeno troppo da ridere, in effetti. Ma la zia penserà che siete pazze, avrà paura di un vostro crollo di nervi, e con buona probabilità non toccherà più l’argomento.

cioccolata biologica

3. La salute come va? Sulla salute non si scherza. È una delle regole basilari del vivere civile. Normale che vorremmo che tutti stessero bene, e che non si può accantonare una conversazione importante se un membro della nostra famiglia sta passando un brutto periodo. Ma si può ridere di alcuni malanni stagionali o di alcune condizioni croniche dovute agli acciacchi dell’età. E ci sono alcune scene alle quali ci ritroviamo puntualmente ad assistere con gusto! La nonna che non vediamo da un po’ e che dopo che ci ha chiesto se mangiamo (e non a Natale ma in generale, perché quando incontra qualcuno invece di chiedere il classico “Di dove sei?” la nonna rifila il suo corrispettivo geriatrico “Mangi?”), ci racconta per filo e per segno le dipartite più recenti passando in rassegna tutto il necrologio cittadino. La mamma che, a proposito di cibo e preoccupazioni, dopo aver sbranato un intero piatto di antipasto ci chiede cento volte se vogliamo l’ultima fetta di prosciutto “perché sei un po’ sciupato” (e alla fine ce la prendiamo la dannata fetta di prosciutto, ma per sfinimento). La suocera che ci racconta l’excursus delle sue vene varicose. E ancora la cugina ipocondriaca che “sapessi io” e che pensa di avere tutti i malanni del mondo ecc. ecc.

Tattica: mai minimizzare. MAI. Anche se vostro padre al primo accenno di raffreddore inizia a scrivere il testamento biologico, mai minimizzare sulle condizioni di salute del parente seduto al vostro fianco. O passerete per ingrati, insensibili, al “ma che ne sai tu” o peggio ancora al “ne riparleremo quando avrai la mia età”, che non so a voi ma a me sembra più una minaccia voodoo che una speranza che tu possa passartela bene, in effetti. Ed è meglio evitare di ritrovarsi il sabato sera con la nonna intenta a togliere il malocchio con l’olio extravergine di oliva, insomma!

antipasto natale

 4. Chi voti alle prossime elezioni? Se c’è un argomento che sicuro come la morte rovina l’atmosfera familiare è proprio la politica. Lo so, tra le 5 frasi da EVITARE durante il pranzo di Natale l’argomento politico è il più inevitabile: è uno dei cavalli di battaglia delle cene numerose, e anche un modo per confrontarsi, scoprire nuovi punti di vista, aggiornarsi ecc. Basta accendere il telegiornale, poi, e la politica è lì, che aspetta solo il primo commento per scatenare l’inferno. E inevitabilmente tornano fuori dall’armadio dibattiti antichi ed irrisolti quali comunisti vs. democristiani, bersucones vs. travaglini, quelli del “si stava meglio quando c’era Mussolini” oppure quelli del “ridateci Aldo Moro”, per non parlare del nuovo tormentone renziani vs. grillini! Quale che sia il vostro colore politico, il litigio è assicurato e anche l’aumento dei decibel (anche se devo ammettere che se non siete direttamente coinvolti è piuttosto divertente).

Tattica: se proprio non potete farne a meno, almeno cercate di evitare la politica locale – dove c’è il rischio, subito dopo la discussione dai toni accesi, di non poter salutare più gente in giro o doversi nascondere sotto lo sciarpone extralarge facendo finta di non vederla – e di non cominciare la discussione quando è il momento della carne… che poi mentre voi vi riscaldate lei si raffredda ed è completamente da buttare!

dolci natale

 5. Ti posso dare un consiglio…? NO! Non sono ben graditi. E no, non lo dite per il bene degli altri! I consigli non richiesti, anche se si travestono appunto da commenti inoffensivi, piccoli suggerimenti e amorevoli tentativi di aiuto, in realtà sono i più infimi metodi per criticare sottilmente l’operato altrui entrando a gamba tesa in situazioni delicate. A meno che non ci venga espressamente chiesto un commento, o non conosciamo la situazione alla perfezione, meglio dare il nostro supporto senza criticare o emettere sentenze. Un momento di distrazione e in un attimo anche la maionese che appare perfetta impazzisce! E pure se sono gli altri a dirci questa frase meglio essere cauti.

Tattica: quando qualcuno ci dà un consiglio ascoltiamo e tacciamo. Mai controbattere dicendo che è impossibile. E a prescindere dalla situazione mai, e ripeto mai, commentare con un “Io non lo farei mai!”. Attenzione a non fare promesse a Natale! Ci sono troppi testimoni oculari e uditivi per lanciarsi in così delicate affermazioni di fronte a tutti i membri della famiglia, che sono peggio del Comitato dei Fatti Vostri. Vedono e sentono tutto; anche se state intrattenendo una conversazione con un’altra persona, in realtà non siete solo due ma almeno 4/5 (con relativi amici da aggiornare appena tornati a casa, e così a macchia d’olio per un gossip senza fine). Quindi meglio evitare di stabilire obiettivi da rispettare o gridare al fioretto, se non siamo davvero convinti di poter realizzare ciò che millantiamo. O forniremo il primo argomento utile per il Pranzo di Pasqua! E nemmeno tutta la cioccolata del mondo potrà riequilibrare l’amaro dei commenti sarcastici in famiglia!!!

albero di natale

E dunque, direte voi, quali argomenti restano se eliminiamo tutto ciò? Argomenti leggeri quali la moda e lo spettacolo, ad esempio, oppure alcune situazioni divertenti accadute (e che non riguardano i presenti in sala, chiaro), i nuovi guinnes dei primati, le ricette di Giallo Zafferano (almeno si parla comunque di cibo e la nonna e la zia sono contente). E gli evergreen: il calcio (tanto i litigi in questo caso sono all’ordine del giorno, quindi a Natale sono già ritriti); l’abbronzatura di Carlo Conti; l’oroscopo di Paolo Fox segno per segno con i relativi grafici 2018; il meteo; l’annata dell’olio e del vino; il Grande Fratello Vip (ma attenti a non partire con le squadre Giulia De Lellis vs Cecilia Rodriguez, altrimenti riscaldiamo di nuovo gli animi).

Per quanto mi riguarda, infine, cercherò di parlare davvero poco… anche perché oggi finisce il mio fioretto e sarò troppo impegnata a mangiare cioccolata!!!

Ah dimenticavo, Buon Natale a tutti!!

P.S. Ogni riferimento a fatti o persone, zii e cugini, è puramente casuale!

 

2 mesi, tre tappe, tre piccoli souvenir di vita. Il mio viaggio tra Malta, Valencia e Lisbona!

Malta - Melania Romanelli

Sono quasi due mesi che non prendo carta e penna e aggiorno il mio blog. Lo so lo so, non va fatto, se no poi la cara vecchia zia Google si incavola perché non siamo andate a trovarla (e se non lo facciamo per un po’ niente regali poi :D). Still, come dicono gli inglesi, la vita di una blogger è fatta di come and go, di ida y vuelta, di andata e ritorno. E ho imparato sulla pelle che è solo andando che si può ritornare con qualcosa da dire. Quindi, eccomi qui, di ritorno da un lungo viaggio.

Come già sapete ho lavorato alle Canarie per 6 mesi. Sono stati mesi intensi, necessari, che non baratterei con nulla al mondo (se non l’avete ancora letto potete trovare il mio diario delle Isole Canarie qui). Come ogni esperienza meravigliosa che capita nella nostra vita, però, ha avuto un tempo importante, indispensabile, ma limitato. In 6 mesi ho preso tanto, appreso ancora di più e messo in pratica per sempre. Direi che non è male in un arco temporale tutto sommato concentrato, specie considerando l’andamento lento e ciclico in cui si inciampa e ci si rialza a ritmo delle maree.

2 mesi, dunque. Cosa ho fatto in questo tempo? Semplicemente, ho viaggiato. Ho ripreso lo zaino e mi sono rimessa in cammino, spinta dal desiderio di raccogliere quanta più sabbia, sassi, colori, profumi, sapori, persone, strumenti e mappe del tesoro possibili. L’urgenza, la mia fedele amica che non mi abbandona mai, l’humus che mi spinge a vivere il momento, ad essere nel tempo presente, per non rischiare di rimpiangere anche un solo minuto che ci è concesso su questo pianeta, è tornata ad afferrarmi. Dunque, zaino in spalla e si parte.

2 mesi in viaggio, tre tappe, tre piccoli morsi di vita: Malta, crocevia di culture da esplorare morso dopo morso; Valencia, assaggi di un futuro che parla latino; Lisbona/ Évora, un posto dell’anima dal quale ripartire con un nuovo sapore.

Malta - Valletta

Malta. Crema e blu. I colori delle costruzioni e delle case, i colori del mare. Ecco cosa mi viene in mente pensando a Malta. Complice il tempo spettacolare che ho trovato ad ottobre, Malta mi ha sorpresa nella sua caleidoscopica tranquillità. Un posto incantevole, bellissimo, illuminato dal sole e dalla solarità dei suoi abitanti. Un posto ricco di culture diverse, pieno di storie che allacciano nodi con momenti lontani della Storia dell’umanità (quella con la S maiuscola), e che si ritrovano nei volti delle persone che ho incontrato nel porto di Msida, nella capitale Valletta e nella antica città Mdina. Romana, spagnola, inglese, francese, sono solo alcune delle culture che hanno albergato nella piccola isola (e nelle isole principali che assieme a lei compongono l’Arcipelago Maltese, quali Gozo e Comino), che essendo al centro del Mediterraneo è stata per anni il punto di approdo di tanti immigrati provenienti dall’Algeria, dalla Tunisia, dall’Egitto, da Cipro, dalla Grecia e dalle isole italiane ioniche oltre che da Lampedusa e dalla Sicilia. A proposito di italiani. Malta è ricca di attività, bar e ristoranti italiani, specie nella zona portuale che da Msida conduce a Valletta. Sorrisi, occhi vispi e movida notturna – che si snoda nei quartieri di Paceville e St. Julian’s – vi porteranno dritti al cuore pulsante di un’isola ricca di cultura e da scoprire angolo dopo angolo. Io ho visitato solo alcuni degli scorci più suggestivi di Malta, e per questo motivo mi sono ripromessa di tornarci presto per raccogliere materiale e storie da narrare… È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo no? Stay tuned 😀

Valencia - Melania Romanelli

Valencia. Sono andata a Valencia in avanscoperta, per studiare un po’ l’ambiente nel quale mi piacerebbe vivere per un po’. La Spagna, lo spagnolo, sono nuove realtà per me che ho sempre masticato cultura anglosassone. E quindi succede che se la tua mente non preme l’interruttore giusto, ti ritrovi per un momento un piccolo pesce fuor d’acqua.  Divertente quando a Malta, ormai abituata all’infradito e alla pacatezza del popolo canario, parlavo in spagnolo a persone che mi guardavano curiosamente, rispondevano in inglese e chiedevano gentilmente di darmi una mossa… un remake 2017 del “Ragazzo di Campagna” di Renato Pozzetto, per capirci. Valencia, dunque. Ho girato prevalentemente a piedi, soggiornando in una struttura nel centro città gestita da Italiani. Pensando a Valencia penso alla semplicità, dei movimenti, del ritrovarsi. Ma penso anche alla complessità di strutture architettoniche avanguardiste, create dai migliori architetti mondiali a servizio di cittadini e turisti che anno dopo anno scoprono sempre più numerosi questa bellissima città, grande ma a misura d’uomo, economica e che allo stesso tempo pullula di eventi culturali. E penso, infine, alla ricchezza della sua cultura, che riverbera nel Mercato Centrale, il mercato rionale per eccellenza. Nello storio edificio del 1900, impreziosito dai meravigliosi azulejos, le mattonelle che accomunano a livello visivo la Spagna, le isole Canarie, il Portogallo e anche paesi del Nord Africa, primo tra tutti il Marocco, dunque, potrete assaggiare tutte le prelibatezze gastronomiche che questa città ci ha regalato. La paella, prima tra tutti, che proprio qui di tutte le città spagnole nasce nel secolo XV e XVI come piatto unico dei pastori facile da trasportare. Le tapas, i piatti combinati che rendono piacevole il pinchare, lo spizzicare tra delizie di formaggi, chorizo, salumi vari e jamon di ogni tipo. Le patata bravas, piatto tipico spagnolo fatto di patate che vengono prima bollite e poi fritte, accompagnate da una salsa piccante chiamata appunto “brava”. La Albufera de Valencia, ovvero uno stufato a base di patate, paprica, aglio ed anguille servito come una zuppa di pesce. Ultimi, ma non per importanza, la combo horchata e fartons: la prima è una bevanda molto dolce a base di chufa (cipero in italiano), un tubero che si sviluppa solo in terreni con delle proprietà particolari e che ha guadagnato per questo motivo la denominazione d’origine; i secondi sono dei biscotti dalla forma allungata e ricoperti di glassa, simili ai nostri savoiardi anche per gli ingredienti (farina 00, uova, zucchero). Insomma, da buona italiana, a Valencia ho inzuppato e ho mangiato!

Torre di Belem - Melania Romanelli

Lisbona/ Évora. Il viaggio che mi porta a Lisbona prima e Évora poi è un viaggio speciale, di quelli che possono cambiare la percezione del tuo mondo. Il Portogallo era un territorio per me completamente sconosciuto. Di quelli che immagini di un colore o dei quali evochi qualche particolare e poco più. Ci metto piede, mi affaccio alla finestra del bus, alzo lo sguardo. Una sola parola: I N C A N T O. Lisbona prima ed Évora poi sono state una scoperta piacevole e un momento di gioia incontaminata. Il cielo di novembre brillava di un blu mai visto prima, le strade di Lisbona erano piene di colori, suggestioni, micro-input da raccogliere e mettere da parte, le viuzze di Évora si inerpicavano per le collinette impertinenti e sfidanti, complici anche i sampietrini un po’ sbilenchi che dovevi stare attento a calpestare. Di nuovo, un raggio di luce e di colori ti riempiva gli occhi tanto che non potevi non sorridere: gli azulejos, le ceramiche dipinte a mano, gli abiti e gli accessori decorati e lavorati completamente in sughero (il sughero è un materiale tipico portoghese, un business mondiale importante e che qui viene chiamato “oro verde”) e i tipici negozietti di souvenir dove si trova un po’ di tutto e a poco prezzo, compreso il il gallo di Barcelos, (galo de Barcelos in lingua), una figura tipica del folclore portoghese. Di Évora vi parlerò nel prossimo post, perché è un luogo dove ho percorso un cammino particolare lungo 10 giorni e che voglio condividere con voi. Ma torniamo un attimo al gallo.

Evora - Melania Romanelli

Souvenir. La storia di questo gallo mi ha colpita particolarmente. Arriva dalla citta di Barcelos, nel Portogallo settentrionale, dove la leggenda narra di un povero pellegrino che, di ritorno da Santiago di Compostela, fu accusato di aver rubato l’argento da un proprietario locale. Alle strette di fronte al giudice, che stava pranzando con un galletto arrosto, il pellegrino proclamò sicuro la sua innocenza, così come era sicuro che il gallo nel piatto del giudice si sarebbe alzato e sarebbe corso via. Il giudice ovviamente non gli credette e lo condannò all’impiccagione. Eppure, proprio nel momento della sua esecuzione, il gallo si alzò e si mise a cantare. Corso sul luogo della condanna, il giudice trovò il pellegrino ancora vivo, pronto per essere salvato. Grazie al gallo.

Mi piace questa storia, che è un po’ la storia di noi viaggiatori. Siamo sempre pellegrini in cammino, calpestando luoghi e territori non nostri, afferrando pezzi di vita qui e lì con tutto ciò che abbiamo nel piatto: foto, storie, braccialetti, immagini, persone incontrate per un breve istante, sprazzi di vita che vorremmo portare a casa con noi. Ma la cosa che mi piace di più di questa leggenda è la fervida sicurezza del pellegrino, convinto che la sua fede l’avrebbe salvato. E non sto parlando della fede religiosa, ma la fiducia di chi sa di star percorrendo la propria strada. Lontano dai condizionamenti, impermeabile ai giudizi, sordo ai “No”, a chi dice che “è impossibile”, cieco all’immagine di se stesso che racconta il suo passato. Libero di essere ciò che vuole. Libero di amare se stesso. Libero di vivere.

 

6 tipi di uomini: come riconoscerli per evitarli (o sfidarli)

 

melania romanelli

Uomini.

Di solito scrivo poco di loro. O meglio, scrivo poche cose che anche voi possiate leggere ecco. Perché alla fine i miei diari, i miei racconti, i miei pensieri, le mie poesie e anche i miei articoli trasudano testosterone da tutti i pori. E credo anche che sia una cosa normale, insomma. Sono i “marziani” per eccellenza, i gentiluomini di una volta, i ragazzi con i pantaloni alla caviglia di oggi. Sono l’altra metà del cielo, ma anche dell’Eden dopo il morso della mela, quando tutto va a rotoli e ti resta solo un frutto ormai ossidato e che ha perso il suo brillante colore. Sono quelli che ci fanno sorridere, quelli che ci fanno disperare, quelli che ci fanno arrabbiare, quelli che ci fanno innamorare, quelli che si ostinano sempre e perennemente a fare delle cose che noi donne non riusciamo francamente a concepire (anche se continuiamo a ripetere loro di non farle, appunto). Eppure, tali momenti di rincoglionimento da parte di questi uomini spesso ignari del loro posto sulla terra (e nelle nostre vite, loro e nostro malgrado) sono del tutto comprensibili, se ci pensiamo. Sono uomini, del resto. Cosa possiam farci noi donne?

uomini e donne

Uomini, dunque.

Lo ammetto. Alla veneranda età di 34 anni per me sono ancora un mistero. Penso di capirli, cerco di capirli, faccio di tutto per capirli. E quando penso di averla finalmente fatta franca… ecco che la fregatura è dietro l’angolo. Come il fumo nero in Lost. Pensi che sia cattivo e scopri che è proprio cattivissimo, invece. Esperienza dopo esperienza, sclero dopo sclero, cuori infranti ricomposti e rinfranti un’altra volta, lunghe attese alla cabina telefonica, alla linea fissa, allo smartphone con le relative spunte bianche verdi blu ingressi e uscite, dopo dipartite inaspettate “fuori città”, improvvise sparizioni (qui un interessante articolo sul male del secolo in fatto di relazioni, il ghosting, la sparizione per eccellenza dopo il rincuorante “ti chiamo domani”), dopo gli appuntamenti al buio di Tinder, e dopo l’ennesima promessa da Cenerentola che pende ancora nell’iperuranio per essere mantenuta, nata dal pensiero infimo “questo qui sembra uno apposto, dai mi fido” (con ovvio segnale di pericolo lampeggiante ma volutamente ignorato del verbo “sembrare”)… dopo tutto questo, insomma, ho deciso di raccogliere pensieri, esperienze e penna e di stilare la mia personale guida sui 6 tipi di uomini, per riconoscerli ed evitarli o, nel caso contrario in cui ne abbiate davvero tutta questa voglia, sfidarli. È una guida personale, appunto, la mia bussola privata per districarmi nella foresta incantata nel mentre che trovo la via d’uscita. Fuor di metafora, un modo per non rischiare di inciampare fin quando non incontrerò il mio uomo (che è già lì con lo zaino in spalla esplorando il mondo in attesa di incontrarmi, e quindi lasciatelo in pace, chiaro??). Iniziamo.

  • Il Workaholic. Lavoro lavoro lavoro. L’uomo workaholic è l’uomo letteralmente drogato di lavoro. Dopo i convenevoli di rito e qualche complimento, l’uomo workaholic sferra i suoi micidiali attacchi fin da subito. Passa il primo appuntamento a parlare del lavoro. Il suo, eh. Quanto il lavoro lo assorba, lo faccia sentire vivo, quanto comporti responsabilità e quanto il capo si fidi ciecamente solo di lui (e se è lui il capo, fuggite via, ora, capito?). Il lavoro lo tiene costantemente attivo: briefing, conference call, utilizzi impropri del verbo “shareare” (italianizzazione inesistente del verbo inglese “to share”, ndr), empowerment meeting e tutte quelle robe inglesi che facciamo finta di capire. D’altra parte, meglio non fare troppe domande e annuire come se avessimo afferrato, o partirebbe una digressione ancora più lunga. Il lavoro, insomma, è la cosa più importante per il workaholic, la misura del suo valore come uomo e come essere umano. Yawn, no? Cosa c’è di sbagliato nel concentrarsi sulla carriera? Nulla, è solo che anche se continuerà a dirvi il contrario, per lui contate quanto la tappezzeria del ristorante nel quale state cenando. Ah se solo i muri potessero parlare… risparmierebbe una fortuna! Tip: concentratevi sul cibo, ordinate piatti che non avete mai mangiato e scegliete con cura il dolce. Tanto lui non lo noterà, ma voi avrete reso felice almeno lo stomaco. Pagherà lui, se no come farebbe a dimostrare che il suo è il lavoro più utile e importante del mondo? Godetevi la serata e buttate via il numero (a meno che non sia un commercialista o un notaio, che potrebbero sempre tornarvi utili).

 

  • L’Attrezzo. Non sto parlando dell’handy man, del tutto fare che chiamate quando il pc non si accende più o se si rompe la tubatura del lavandino. Sto parlando dell’altro attrezzo, quello più importante. Sì, avete capito bene, proprio quell’attrezzo. L’uomo attrezzo serve ad un solo scopo. Soddisfare le nostre voglie. Alzi la mano chi non ha avuto quel periodo di secca, quando non si sente volare una mosca, quando non si vede nemmeno l’ombra di un moscerino all’orizzonte. Tutto silenzio, tutto fiacco, tutto arido. Soprattutto noi. Bene, ecco il momento in cui l’uomo attrezzo entra in azione. Lo riconosci: pura visione testosteronica. Potete anche provare a parlarci, se vi va. Giusto per capire cosa c’è dietro quel corpo che parla già per conto suo. Magari scoprirete un nuovo mondo, chi può dirlo. A me non è capitato quasi mai. Ho sempre avuto le visioni delle balle di fieno e delle nuvolette bianche nel cielo azzurro. Silenzio e pace dentro l’involucro. È proprio questo il motivo, però, per amare l’uomo attrezzo e cercarlo nei momenti difficili: una volta consumato, può essere riposto nella cassetta degli attrezzi e messo via per altri momenti di arsura. Senza spiegazioni e senza rimpianti. Tip: saltate i convenevoli e consumate direttamente (e non sto parlando del dessert eh). Gettatevi senza riserve e senza paure. Vi sentirete meglio (entrambi, sia chiaro), senza drammi aggiunti. L’uomo attrezzo over the top è quello che quando lo chiamate c’è sempre (ma occhio a rispettare il codice reciproco del quid pro quo).

 

  • Il Trofeo. Un solo pensiero in mente: OH MIO DIO. L’uomo trofeo è quello che mostriamo alle amiche su whatsapp, che mettiamo in cima alla nostra lista personale, quello da tirare fuori e ricordare nei momenti bui per rivalutarci come esseri umani degni di amore (e come pezze di manze degne di nota, pure). L’uomo trofeo è quello “troppo-bello-per-essere-vero” ma soprattutto quel momento di pura estasi personale in cui pensiamo “l’ho-avuto-proprio-io”. L’uomo trofeo appartiene, appunto, al passato, ma un passato glorioso e degno di stima. Se lo incontrate nel presente vivetelo come se fosse l’uomo attrezzo (a volte possono confondersi, ma l’uomo trofeo di solito appare una sola volta per poi scomparire per sempre), e come se il vostro fosse l’ultimo giorno sulla terra. Tip: godetevi la notte, come fanno i vampiri. La mattina quando vi sveglierete, però, tenendo stretta la sensazione della vittoria, posizionate il Trofeo dove meglio si nota, dove potrete lucidarlo quando vorrete (insieme al vostro ego).

 

  • Il Peluche. L’uomo peluche è perfetto come un orsetto. È morbido (di solito un po’ in carne, ma al punto giusto per stritolarlo all’occorrenza), è dolce, è pieno di attenzioni, è irresistibile nel suo essere riverente e zuccheroso. Per lui siamo delle principesse. Farebbe di tutto per noi. Bingo, no? Eh no. Dove sta la fregatura? Booooring. Noia. 100 % non ci piace. Niente. Nada. Vorremmo eh, ma ho già detto nada? Sessualmente è più attraente il nostro comodino pieno di libri e tazze di tisana vecchie di una settimana. Ma è così dolce???? Le nostre amiche lo amano, e in fondo anche noi. Ma solo per abbracciarlo sotto le coperte come scaldino. Molte lo sceglieranno come fidanzato, sognando però una tresca con il giardiniere ogni volta che ne avranno la possibilità. Ma non noi, mica siamo delle st….ze noi, no??? Tip: non siate crudeli, siate oneste con lui o soffrirà come un cane (anche se meglio non usare questa metafora ora…). In una parola: FRIENDZONE. E basta, non cercate di accampare scuse arrampicandovi sui ma e sui però. N o n   v i   p i a c e ! ! ! Fine della storia.

romantic photo sunflower

Le prossime due categorie necessitano di una considerazione preliminare, dal momento che ci stiamo avventurando in un territorio impervio, aspro e scivoloso. Quello dei sentimenti (detti anche “PERICOLO CUORI INFRANTI” per intenderci). Da questo momento in poi bisogna stare attente, o rischiamo di farci davvero male.

  • Il Freebird. L’uomo freebird è lo spirito libero, un viaggiatore alla ricerca di sé. Si sente incompleto, e facendo appello al suo desiderio di completezza e alla sua costante sete di conoscenza non si sentirà mai soddisfatto al 100 % nel posto in cui è. Come recita la canzone “Freebird” di Lynyrd Skynyrd (tradotta un po’ liberamente dalla sottoscritta): “Devo viaggiare, ci sono tanti posti da vedere ancora. Se restassi qui con te, ora, le cose sarebbero diverse, ma io sono libero come un uccello e non puoi impedire ad un uccello di volare via, non lo puoi cambiare. È stato un amore dolce, ma questo mio modo di essere non si può cambiare”. Insomma, ragazze, lo so che è una persona meravigliosa, che insieme siete perfetti, che come vi completa lui non vi completa nessuno ecc. ecc., ma vi sta dicendo chiaramente che il vostro amore è stato. Tempo Passato. Per quanto ricco, magnifico, originale, incredibile, non è un incontro destinato a durare. Almeno per ora (perché può anche succedere che la vita a volte ci sorprenda, no?). E non serve immaginare di partire con lui, perché non è quello il vostro posto. Perché? Perché questa persona non sa ancora bene chi è, cosa vuole, e fino a quando non lo scoprirà non ci sarà spazio che per lui. E poco importa se a lui piacete davvero. Il tempo e le circostanze decideranno per voi (di solito ponendo oceani o chilometri di distanza tra gli amanti, giusto perché non vi vengano strane idee, ecco). Tip: aggrappatevi ai ricordi più belli che avete. E scegliete di essere anche voi un po’ freebird, in costante ricerca di sé. Perché quando sarete pronte, anche l’uccello più libero del mondo sarà pronto per costruire il proprio nido sull’albero.

 

  • L’uomo dei sogni. È lui. Ha tutte le carte in regola: è bello come il Trofeo, ci attrae fisicamente come solo l’Attrezzo sa fare, è dolce come il Peluche, ci completa perfettamente come il Freebird. Non è fidanzato, non ha la fedina penale sporca, è interessante, ha viaggiato tanto e parla 3 lingue, è carino con i vecchietti e i camerieri, è divertente e ci chiede di uscire di persona. Si presenta all’appuntamento (che va da Dio), ci ringrazia per la serata, ci dà il buongiorno e ci chiede di uscire di nuovo (e subito, non dopo l’ennesimo hangover di vino bianco nell’attesa che il telefono squilli mentre guardiamo per la centesima volta La verità è che non gli piaci abbastanza). Qui gatta ci cova? Malfidate! Lo ripeto. È lui. Ma… c’è sempre un ma. Ecco che arriva il momento più importante di tutti, e riguarda solo una persona: noi. Finalmente abbiamo incontrato qualcuno che ci interessa, che ci piace davvero. Non dobbiamo giocarcela male. Perché se è vero che in amore bisogna essere sempre se stessi, è anche vero che all’inizio di una storia occorre fare attenzione. Bisogna, insomma, proteggerci un minimo per non rischiare di bruciare tutto e subito restando con un pugno di cenere in mano. Questa è la parte più difficile per me, quella in cui dovrei capire come comportarmi, ma siccome sono un’imbranata cronica di solito faccio qualche cappellata. Ma sto imparando, e sto facendo pulizia. Tip: cuore aperto e mente sgombra dalle ombre del passato. Ma, allo stesso tempo, anche una sana dose di egoismo. Quello che ho capito in tutto questo viaggio fianco a fianco dell’universo maschile è che ai ragazzi non piace quando diventiamo clingy (dipendenti), quando ci aggrappiamo a loro, specie all’inizio di una relazione. E hanno ragione, se ci pensiamo bene: può una persona appena conosciuta divenire già il centro del nostro mondo? Meglio, quindi, continuare con la nostra vita, tenendo fede ai nostri interessi, alle nostre abitudini, presenziando i nostri mondi (che siano gli affetti, gli amici, la palestra o anche il circolo delle bocce, per capirci). Non rinunciando mai a noi per NESSUNO, lui compreso. Se è davvero lui, quello giusto, l’uomo dei sogni, amerà ogni singola parte di noi. Ci amerà per quello che siamo realmente, e non per la nostra versione fashion di Instagram. Perché siamo così, siamo imperfette, siamo originali, siamo indipendenti, e siamo anche un po’ pazze (e il circolo bocce lo prova). In una parola: uniche. Come unico è l’uomo che ci sta già cercando (del mio già sapete, quindi giù le zampe).

P.S. Personalmente ho raccolto anche alcune Categorie Trasversali, che a quanto pare sono tratti salienti dell’uomo moderno: i bipolari (non diagnosticati), gli psicopatici, i drama queen (questo in particolare è il classico atteggiamento che si può racchiudere nell’espressione “solo io ho il peso del mondo addosso”). Ecco, il Tip finale per questi ultimi è semplice: DA EVITARE COME LA PESTE. Grazie.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #10

To the moon and back

melania romanelli lanzarote

lanzarote montagna roja

 

Abruzzo, Marzo 2017.

5 mesi fa ero in Abruzzo a casa dei miei. La mia vita era appena ripresa a scorrere dopo 3 mesi passati in Canada e un libro pubblicato, e con una nuova e insolita routine: scrivevo i miei articoli, andavo in palestra, passavo il mio tempo a fagocitare serie tv e libri ordinati su Amazon (credo di aver battuto ogni record di ordini, ormai ero lo zimbello o forse dovrei dire l’incubo dei Corrieri Espressi). Non c’era nulla che non andasse. Eccetto me. Ero tornata ad essere resteless, smaniosa, insicura, ansiosa 24/7 e facilmente irascibile. Una di quelle persone che incontri alle Poste e ti aggredisce pensando che tu voglia scavalcarla mentre stai solo chiedendo il modulo da compilare all’inserviente di turno. Una persona come tante che avrebbe bisogno di uno psicoterapeuta per affrontare una volta per tutte i problemi che non sa di avere. Ma non divaghiamo.

Ad inizio anno, come ho già scritto in questo post, avevo espresso il desiderio di partire di nuovo e lavorare all’estero. “Voglio vedere le Canarie!”, ecco il mio desiderio. Ebbene, qualche mese dopo sono stata accontentata. Un colloquio su Skype (background della chiamata due palme mosse dal vento… ma che davvero?) e due giorni di agonia sul decidere (a proposito, ho già ringraziato i miei due pusher Patrizio e Vanessa per il loro costante supporto alle scelte più coraggiose da prendere? GRAZIE, seriamente eh) ed ero stata già selezionata per lavorare come fotografa a Lanzarote. Fotografa alle Canarie??? Ebbene sì.

Niente panico. Mi concentro sui preparativi ma non saranno lunghi. Due valigie di 23 kg e due bagagli a mano di indumenti ripotati dal Canada e mai indossati mi sono serviti da lezione: tutto ciò che mi serve è il mio Mac, un i-Phone e il cuore in mano aperto ad una nuova avventura.

Un po’ lo ammetto: mi vergognavo all’idea di fare un’esperienza che avrei forse dovuto fare a 25 anni e non a 34, ma non importa. Sono dettagli “anagrafici” irrilevanti quando stai capendo cosa vuoi davvero diventare nella vita, when you want to figure out life, come dicono gli americani. Sono piuttosto momenti “spirituali”, che accadono quando sei pronto a riceverli e non prima, e non è giusto continuare a crocifiggerci per questo. È come quando incontri l’amore della tua vita nel momento sbagliato: ti sa di fregatura, di beffa, di un ingrato scherzo del destino. Che senso avrebbe, però, incontrare l’illuminazione quando non sei pronta? E quindi eccomi qui a 34 anni, spirito in poppa, pronta a godermi il viaggio passo dopo passo. Un viaggio che ha come prima tappa Lanzarote, l’isola diferente, un viaggio in paesaggi lunari che non ti aspetti, che ti destabilizzano e che ti lasciano senza fiato.

 

Lanzarote, Aprile 2017.

Ho passato a Lanzarote 10 giorni. I primi 10 giorni di prova di quello che per 5 mesi sarà il mio lavoro. Se ci ripenso adesso mi sembra passata una vita da allora. Sono stati 10 giorni duri, intensi, vissuti a pieno, come non mi capitava da tantissimo tempo. Venivo da un periodo di stanchezza emotiva, di nausea nei confronti di tante cose, anche di tanti modi di essere e di apparire di persone, che conoscessi da una vita o da due minuti poco importava. E ho trovato per 10 giorni un mondo che non mi aspettavo: paesaggi da togliere il fiato, tempi che si allungavano, persone capaci di darti tanto anche se ti conoscevano a malapena. Una casa pronta ad accogliermi. Persone speciali, RICCHE. Lo scrivo in grande perché ognuna di quelle persone mi ha dato tantissimo in quel pochissimo tempo che ci è stato concesso dal destino. Tempo speso lontani ma insieme, tempo speso a raccogliere pietre, sabbia, ricordi, momenti, tempo a scambiarci sudore, lacrime, risate. Tempo passato a parlare di arte, musica, rinascimento. Tempo speso a litigare su attori, film. Tempo insieme per sognare la prossima meta, raccontarci quella appena lasciata, metterci un po’ a nudo. È stato breve, ma è stato intenso. Dopo 10 giorni mi hanno assegnato la destinazione: Gran Canaria.

lanzarote casa formazione

 

Gran Canaria, Maggio 2017.

Ho pianto appena arrivata, un uragano reale (5 giorni di pioggia l’anno cadono in Gran Canaria, e il primo l’ho beccato io appena arrivata), pronto a lacrimare assieme a me, che di lacrime non sembravo averne abbastanza quel giorno (ho scoperto poco dopo che le mie riserve erano ancora belle cariche). Mi sentivo lacerata, strappata ad una quotidianità che in pochissimi istanti era già mia, in una casa che sapeva davvero di casa. E con persone da togliere il fiato, così come l’isola. Lanzarote. L’isola che non c’era. O almeno così credevo.

Gran Canaria Sud

“Sarai dove dovrai essere”. Una persona speciale mi aveva appena detto queste parole e, anche se non gli volevo credere, alla fine aveva ragione lei. Anzi, lui. Perché era un ragazzo con un cuore incompleto, imperfetto forse, ma del quale potevi comunque scorgere la regale grandezza. Non so dove sia finito ora, ci siamo sentiti qualche volta, ma non è davvero questo il punto. Ci siamo intrecciati per un breve attimo, e forse ci serviva solo quell’attimo per poter andare avanti per le nostre strade. Che essendo strade hanno sempre dei punti che si rincontrano, prima o poi.

Gran Canaria mi ha dato del filo da torcere. Ne ho parlato tanto e in maniera diffusa, e potete leggere tutto nei precedenti post di questo blog. Quello che voglio raccontarvi ora è come Gran Canaria sia stata davvero fondamentale per me, il luogo dove “dovevo essere” per poter essere qui e ora. Gran Canaria è un rito di passaggio, un luogo di sacrificio e di iniziazione, che non è concesso a tutti. Un’isola che ti mette di fronte alle tue paure, che funge da specchio riflettendoti con le tue imperfezioni. Senza pietà o sconti. Ecco perché ci finiscono le anime intrepide, indomite, pronte alla sfida anche quando non lo sanno e si sentono i più deboli sulla terra. È stato qui che ho ricominciato a respirare, dominando i respiri corti bilanciandoli con quelli più profondi, a colpi di diaframma. È stato qui che ho ricominciato a ridere, magari dopo un attacco di ansia, perché non ero sola. È stato qui che ho conosciuto una delle famiglie più belle che abbia mai avuto. Quelle famiglie in cammino, quelle che non ti lasci mai alle spalle anche quando ti allontani da loro. Le famiglie che ci scegliamo, che non hanno nulla da invidiare a quelle che ci sono state concesse quando siamo nati. Le famiglie fatte di persone che lottano, che toccano, che sperimentano, che sclerano, che piangono, che urlano, che vomitano, che litigano, che fanno pace, che fanno l’amore, che si abbracciano, che si ritrovano un solo giorno insieme. Un giorno che vale per sempre, come quando poi ti separi da loro. Sono loro, quelle persone, a valere per sempre. E di questo sarò sempre grata a Gran Canaria.

Melania Romanelli Gran Canaria

faro di maspalomas - melania romanelli

 

Lanzarote, Settembre 2017.

4 mesi dopo torno a Lanzarote. La sensazione è quella che ho già provato appena ci sono arrivata la prima volta. To the moon and back, ritorno sulla luna, appunto. Appena atterri sulla luna tutto ti sembra meravigliosamente nuovo. Poi ti capita di partire e di ritornare, e quando ritorni hai una sensazione di familiare mista ad un piccolo barlume di disappunto quando realizzi che perderai sempre la magia della prima volta. È un piccolo barlume, ma c’è, ed è dedicato solo ai posti che ti lasciano senza respiro. Il respiro, dicevamo. Finalmente recupero il ritmo regolare, perché qui di spazio visivo ce n’è da vendere. Le vette delle montagne sono gentili, l’aria è energica, il vento ti spinge più in là. Passeggiando sul paesaggio lunare del Timanfaya vivo davvero un momento di pace e raccoglimento che non provavo da tempo.

timanfaya melania romanelli

Sono qui, nella mia casa di Costa Teguise, a due passi dal mare. Ho tenuto queste pagine dell’ultimo post del diario delle Isole Canarie nel cassetto per tanto tempo. Aspettando il momento giusto per scriverle e condividerle. Questo momento è arrivato. Perché quando ti senti illuminata tutto cambia improvvisamente. Irrimediabilmente. Ti senti leggera. Apri gli occhi e osservi il mondo con lenti filtrate. Tutto si fa più nitido. Un mattino limpido, una canzone che risuona nelle orecchie, il tuo sorriso involontario, spontaneo. Ad un tratto, tutto diventa più chiaro. Anche se non è ancora a portata di mano, sai di essere sulla strada giusta. Perché la vedi. Quando dai il bentornato a te stesso, è a quel punto che arriva la luce. Una luce immensa. Uno sguardo che trattiene a stento lo stupore. Uno sguardo che non contiene la vista, tanta è la bellezza lì fuori, tanto è lo stupore qui davanti. Hai voglia improvvisamente di vedere, capire, sorridere, cantare, sperimentare, comporre, scattare, ricordare, emozionare, voglia di sentire, voglia di vivere. E voglia di amare. Ho sempre avuto paura di fare queste cose, quasi un boicottaggio involontario in una misera esistenza. O forse dovrei dire che ho sempre rincorso l’equilibrio, afferrandolo in luoghi dove pensavo potessi trovarlo senza sforzo. Nel cibo, nelle passioni, nelle persone. Le afferravo e ne risucchiavo l’energia, fino a sentirci tutti svuotati. Me per prima. Eppure, sotto il Dedo de Dios (del quale ho parlato in questo post), mi sentivo finalmente dove volevo essere. E con chi. Una sovrapposizione perfetta di filo rosso e filo blu della vita e del destino. Mi sbagliavo, di nuovo, perché non ero ancora pronta. Perché era un equilibrio precario. Siamo un pendolo che oscilla a destra e sinistra. C’è un istante in cui ci sembra di stare immobili, in equilibrio perfetto, ma poi torna di nuovo il vento a soffiare forte. E che ci succede? Che cadiamo di nuovo, se non siamo ben equipaggiati. Mi mancava un passo da fare verso il vero balance.

el dedo de dios Melania Romanelli

Arrendermi, lasciar andare. Trovare il vero equilibrio dentro di me accogliendo tutte le mie parti. Quelle che mi piacciono e quelle che non mi piacciono. Quelle forti e quelle deboli. Specie le deboli, che più delle altre hanno bisogno di un abbraccio stretto. Più facile a dirsi che a farsi, no? Eppure, quando conosci qualcuno o qualcosa di imprevisto ti accade è normale accusare il colpo. Diamo la colpa al destino, diamo la colpa a Dio, diamo la colpa agli altri, dimenticandoci di un’altra variabile importante: noi. Siamo così distanti da noi stessi ma così vicini al muro di mattoni che ci blocca che non siamo capaci di vedere così da vicino. Diventiamo ciechi, dimenticando che di fronte a noi non abbiamo solo squali pronti a sbranarci. Ma pezzi di anime, e sono fragili, specie quelle più resilienti a cui pensi di non poter dare nulla perché si sono già prese tutto. Anche loro hanno le loro debolezze, insicurezze, dei punti di contatto che proprio perché sono tali si possono toccare, squarci vivi nella perdizione degli occhi. Sta solo a noi decidere se stare a guardare, continuare a lottare restando ai margini oppure toglierci le scarpe e camminare a piedi nudi senza paura di ferirci. Se camminiamo controllando le parti scivolose e restando fermi con i piedi sulla roccia c’è meno rischio di cadere, anche se il terreno resta scivoloso.

Let go, dunque. Lasciar andare la smania di controllo di tutto e tutti. Lasciar andare la preoccupazione di non poter arrivare, di dover rendere conto, l’ansia da prestazione che ci insegue anche alla cassa del supermercato. Lasciar andare e fare in modo di vivere le piccole cose che nella vita ci rendono felici. Mangia, prega, ama. E respira. L’universo e il karma penseranno a tutto il resto.

Sono partita con un bagaglio leggero, e quando tornerò lo farò con un bagaglio ancora più leggero. Di cose. Perché il bagaglio di esperienze, di emozioni, di persone… quello sì che è un bagaglio pesante! MR. Sono le iniziali delle due persone che porto nel cuore e per cui la gratitudine è grande. Elisabeth Gilbert dice che ogni persona che incontriamo è per noi un’insegnante. Quello che so è che queste due persone sono molto più di questo. Pur avendomi insegnato tanto, mi hanno ridato la capacità di ridere. Di una stupida smorfia fatta dietro le spalle dei clienti ignari (oops, beccata!), di un tatuaggio diviso a metà, di momenti gratuiti di psicopatica isteria femminile, di una battuta ripetuta allo sfinimento, di un profumatore per ambienti “fai da te” dentro un’auto a noleggio, di una noiosa canzone che va avanti da secoli, di un barattolo di cereali sognato e rovesciato per terra un momento dopo, di una lotta fisica a colpi di solletico (nella quale ho perso). MR. Sono anche le mie iniziali. Tutto torna in maniera circolare quando sei sulla strada giusta. Trovando loro sto ritrovando me stessa.

felipe eat pray love

espiral canaria Melania Romanelli

 

Hit the road again, torna a camminare di nuovo, perché la strada è lontana dall’essere terminata. Nel frattempo… voglio essere grata, voglio stare fuori, voglio rimanere affacciata, voglio pendere dalla balaustra, voglio sentire il vento sulla faccia, una canzone d’amore perfetta nelle orecchie, voglio amare di un amore puro e incontaminato. E voglio vedere lo spettacolo che è questa vita che abbiamo proprio di fronte a noi. Spalanco le braccia, perché l’universo deve sapere che finalmente sono pronta a riceverla tutta insieme. E ora? Stay tuned…

Melania Romanelli - Gran Canaria - Roque Nublo

 

 

“Bianco come Dio” di Nicolò Govoni.

“E quando è tornato era diverso… no, era chi era sempre stato, come se avesse ritrovato se stesso”

Bianco come Dio - Nicolò Govoni

20 anni, zaino in spalla, tanta sana fame di vita. E di partire alla scoperta del mondo (e anche un po’ di sé). Alzi la mano chi non si ritrova un po’ in questo incipit… o chi vorrebbe essere proprio in quel punto di svolta della propria vita. Questa che vi racconto oggi è la storia di un ragazzo come tanti ne conosciamo. La storia di un’anima curiosa e affamata, la storia di un viaggio, la storia di un’avventura che non vede ancora una fine ben definita.

Eppure, a guardarla bene, quella di Nicolò Govoni non è la solita storia. Perché di partire a 20 anni zaino in spalla è partito, vero, ma con la differenza che durante il tragitto ha incontrato tante istantanee di vita che meritavano di essere ricordate, raccolte, raccontate. Come solo la narrativa sa fare.

A 20 anni Nicolò parte alla volta dell’India, per svolgere un volontariato presso un orfanotrofio locale. Il racconto di questa avventura è racchiuso come uno scrigno prezioso nella sua opera prima, “Uno”. Dayavu Home, questo il nome dell’orfanotrofio dell’India del sud dove il ragazzo passerà alcuni mesi della sua vita, è molto più di un luogo di lavoro. Dayavu Home per Nicolò ben presto diventerà più di una casa, un luogo nel quale sentirsi accolti, apprezzati e, soprattutto, utili. Ad una causa più grande rispetto a ciò che è abituato fare in Italia. Una causa che ha a che vedere con il coraggio, la determinazione, la forza d’animo e di volontà. E che si avvicina alla scoperta. Di sé attraverso gli altri, e degli altri attraverso il viaggio lontano dalle ancore, dalle certezze, dagli affetti. Un viaggio che, come momentaneamente succede, è destinato a terminare. Dopo tre mesi di vita e lavoro dentro l’orfanotrofio Nicolò tornerà a casa, ma con un bagaglio più grande. La consapevolezza del mondo che lo circonda, la chiarezza di vedute, che gli fanno mettere nero su bianco quello che forse dentro di sé ha sempre saputo: quando si intraprende un viaggio alla scoperta del mondo, questo viaggio non avrà davvero mai fine.

Passa qualche mese e una volta terminati gli studi Nicolò riprende in mano di nuovo il suo zaino, stavolta con uno scopo già in mente. Tornare a Dayavu Home, ma per fare la differenza nonostante tutto. In “Bianco come Dio”, dunque, Nicolò ci racconta in prima persona la sua idea di viaggio personale, intrecciato alla vita dei 20 bambini che conosce durante il suo percorso in India. Bambini che hanno subìto le sofferenze più atroci, bambini che hanno bisogno di denaro per sopravvivere, per andare a scuola. Bambini, infine, che seppur felici di ricevere aiuto e visite, soffrono ardentemente il distacco di chi decide poi di andare via senza guardarsi indietro. Come sempre è successo. L’idea che in “Bianco come Dio” Nicolò mette in campo è proprio quella rivoluzionaria di restare. Contro l’idea del “volonturismo” – quella cioè di diventare volontari presso i luoghi del disagio per un periodo limitato di tempo, una sorta di connubio tra volontariato e turismo a tempo determinato – quindi, lui prende la decisione più ardua di tornare e di vivere lì con i suoi nuovi amici. Insegnerà loro l’inglese, li ascolterà quando ci sarà qualche momento difficile, li aiuterà ad affrontare genitori e persone care che in un modo o nell’altro li hanno segnati per sempre, contribuirà con raccolte fondi dal territorio e per il territorio. Si prenderà cura di loro come solo le persone di famiglia sanno far bene.

Il racconto di Nicolò è semplice e diretto, capace di intrecciare pagina dopo pagina storie di vita, ritratti di persone, racconti di luoghi dell’immaginario lontani, agganciandoli in maniera scorrevole alla sua storia personale, a riflessioni private che diventano condivisibili quando incontrano una platea numerosa come quella dei suoi lettori. Con un occhio, infine, alla Storia con la S maiuscola. Nicolò, infatti, non è uno che si tira indietro: le sue critiche ad un certo way of being degli occidentali non sono nemmeno troppo velate. Sono, anzi, dirette e sincere. E vengono dal cuore. Un cuore che proprio perché si trova sul campo a stretto contatto con le fragilità e le difficoltà umane è capace di restituire un punto di vista empatico, personale ma, allo stesso tempo, universale. Un libro per pensare. Per conoscere. Per riflettere. Per amare indissolubilmente l’uomo nelle sue imperfezioni, pur trovando la nostra personale connessione con la divinità. Che è, del resto, la parte più pura, altruista ed incontaminata del nostro essere umani.

Il ricavato di “Bianco Come Dio” è devoluto interamente in beneficenza ai ragazzi di Dayavu Home al fine di pagare loro gli studi.

Ecco il link al sito di Nicolò Govoni.

Ecco il link per acquistare “Bianco come Dio” su Amazon.

 

SalvaSalva

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #9

el dedo de dios Melania Romanelli

espiral canaria Melania Romanelli

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22 Maggio. Alzo lo sguardo. Tra i fasci di luce immensi che mi colpiscono, tanto il sole è alto sopra di me, riesco finalmente a scorgere l’ombra massiccia della roccia nera. Il Dedo De Dios, che punta il dito al cielo scrutando nello stesso momento anche ciò che accade al di sotto, mi osserva senza pietà. Mi trovo nella parte nord dell’isola, ad Agaete, e il paesaggio che si apre alla mia vista è quello di Puerto de las Nieves, una delle punte più strategiche di Gran Canaria. Da qui, infatti, partono i traghetti alla volta di Tenerife, oltre a tanti altri collegamenti verso altre zone turistiche dell’isola. La roccia è alta, possente, ben sedimentata. Eppure… il vento forte che qui è un abitante conosciuto quasi riesce a smuoverla. Oscilla il Dedo, quasi a voler ricordare a tutti che no, ancora non abbiamo capito tutto ciò che ci succede. Se siamo qui ad osservarlo, se siamo ancora qui a Gran Canaria, l’isola del sacrificio, è davvero perché dobbiamo esserci ancora. Dicono che il Dedo de Dios rappresenti anticamente il Chakra divino del Terzo Occhio, che può essere pensato come ad una bussola, una stella polare personale che alberga dentro di te, che ti guida nei momenti bui e che ti apre la luce verso le zone d’ombra del passato, illuminandole, interpretandone i segnali e collegandole al presente e, cosa ancora più importante, al futuro.

22 Agosto. Mi trovo proprio qui, ora, di nuovo sotto il Dedo. La stessa vista, ma uno sguardo completamente differente. Guardo al passato, riuscendo finalmente a collegare i punti. Quegli stessi punti che se prima mi sembravano senza senso ora finalmente costruiscono traiettorie, percorsi, costellazioni di idee, immagini, luoghi, persone, segni, oggetti, sensazioni, lacrime, risate, versi, parole e segni che restano per sempre sulla pelle. Guardando al presente, con l’ottica del sacrificio, della tranquillità senza il lusso, da un posto solitario, non di solitudine, ma necessario per andare avanti col vento in poppa verso il futuro. Il futuro… per una volta non spaventa, non pare una polvere nebulosa, ma sembra proprio visibile nella traiettoria che il Dedo mi disegna in cielo, e che si riflette in terra.

La prima cosa che mi hanno detto appena arrivata su quest’isola è che ogni isola Canaria rappresenta un Chakra specifico. Quello di Gran Canaria è quello Laringeo, la “connessione con la nostra volontà divina”, che permette di ascoltare ciò che abbiamo dentro di noi per decidere e per dare agli altri. La parola che guida il Sesto Chakra è “Ajna”, che significa conoscere, percepire ma anche “comandare”, ovvero avere il controllo, guidare la nostra mente verso la ricerca e la conquista della verità dentro di noi. Essere in equilibrio con questo Chakra, dunque, consente di mantenerci connessi con il Divino e anche con le energie che sono intorno a noi. Sono due settimane che ho mal di gola, senza una apparente ragione, e non accenna a smettere. E non credo che il fatto che parli tanto c’entri, per me che di parlare tanto l’ho sempre fatto. È forse il Chakra dell’isola che mi sta indicando sul serio la strada giusta? Come quando un punto del tuo corpo ti fa male proprio per richiamare l’attenzione?

Passato, presente e futuro, dunque. Dopo 3 mesi, finalmente vedo più chiaro. Le traiettorie che ho intrapreso 3 mesi fa tornano a me in maniera incredibilmente circolare, come la spirale canaria che ho impresso sulla mia spalla destra: sono persone, incontrate perse ritrovate, sono oggetti, raccolti e fatti propri, sono simboli, scoperti ricercati e tatuati, sono luoghi, vissuti e rivissuti in maniera diversa e quasi per sbaglio. E sono emozioni, indecifrabili all’inizio ma cristalline alla fine.

las pintaderas canarias

Quando arrivi in un posto non sai davvero cosa ti aspetta. Non puoi fare altro che stare al gioco con quello che la volontà divina, appunto, ti consegna senza che tu chieda nulla: un giro in macchina con uno sconosciuto che diventerà presto la stella polare più luminosa di tutte, le serate a chiacchierare della quotidianità pronte a trasformarsi in discorsi sul senso della vita andando giù dritti verso le viscere, una routine costruita con fatica che ruba spazio agli attacchi di panico e alle altalene emotive, una lotta fianco a fianco contro l’isola del sacrificio, una cena in riva al mare al sapore di mango e avocado, una canzone cercata per mesi che arriva proprio al momento giusto… quando stai per partire. Di nuovo, senza fermarsi mai, se non con il pensiero a quei momenti che rendono la vita degna di essere vissuta con tutto l’amore incondizionato del mondo. Anche se poi, alla fine, arriva sempre il momento dell’arrivederci.

caffè Mogan

L’impegno che possiamo prendere in questo eterno viaggio alla ricerca del luogo di pace dentro e fuori di noi è che comunque, nonostante tutto, il nostro saluto momentaneo non sarà mai un addio.

Direzione: Isole Canarie! Perché ci sono finita, cosa ci faccio e come me la passo. #8

 

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Las Canteras- Las Palmas de Gran Canaria

Oggi voglio parlarvi di Las Palmas di Gran Canaria (in uso comune è semplicemente Las Palmas), il capoluogo dell’omonima provincia situata a nord dell’isola. Insieme a Santa Cruz di Tenerife, Las Palmas di Gran Canaria è la capitale della comunità autonoma delle Isole Canarie. Las Palmas è una città che conta circa 380.000 abitanti, la più popolosa delle Canarie e anche una delle più importanti dell’intera Spagna. Ricca di storia, è stata da sempre uno scalo importante per le rotte verso le Americhe, tanto che conta tra i personaggi di rilievo che l’hanno vissuta anche alcune tappe di Cristoforo Colombo, fattore che ha contribuito a renderla un crocevia di culture e di vivacità.

Dopo due ore di strade a strapiombo sull’oceano, strade impervie, proprio quelle strette e piene di curve nelle quali pensi spesso di poter cadere giù da un momento all’altro (pur fidandoti ciecamente degli autisti spericolati che li guidano… e chiunque è stato in Costiera Amalfitana sa di cosa sto parlando), finalmente metto i piedi a terra. Tanto è il senso di pura energia che mi invade che la sensazione di nausea del viaggio scompare subito, lasciando il posto a una forte curiosità e al desiderio di scoprire le meraviglie di questa immensa città. La città, infatti, mi dà una bella carica, briciole di quella sensazione di “casa” che qui sull’isola faccio ancora fatica a trovare.

Las Palmas de Gran Canaria

La prima cosa che colpisce sono i colori. Nella strada verso il centro, prima di raggiungere il terminal dei Guagua (così li chiamano qui gli autobus blu con gli autisti spericolati) nel parco di San Telmo, infatti, si staglia il quartiere residenziale di San Cristobal, ricco di casette basse arroccate sulle montagne dai colori caldi: il rosso, l’arancione, il giallo, con qualche punta di verde acqua. Un saluto ai viaggiatori che hanno deciso di passare qui un istante del loro percorso, una promessa di un tempo speso bene in città, senza dimenticare le origini umili dei suoi abitanti. Pennellate giocose in un cielo sempre un po’ nuvoloso.

Vegueta - Las Palmas de Gran Canaria

La seconda cosa sono le persone. Durante il mio lavoro come fotografa mi capita spesso, tra i tanti abitanti di altri paesini canari, di conoscere dei clienti della capitale. E te lo dicono con una punta di orgoglio, di essere cittadini, qui a Mogàn, che al contrario è un paesino di pescatori. Ci tengono. Gli abitanti di Las Palmas li riconosci: impegnati, dallo stile originale. Eleganti, un po’ formali, ma pieni di interessi. Un motivo in più per aggirarsi nel quartiere universitario e storico, Vegueta. Vegueta è un luogo magnifico: stradine inerpicate su collinette, sampietrini, case antiche, sulle quali si erge la storica Cattedrale di Sant’Anna. I colori prevalenti sono quelli del bianco e del grigio, con uno stile neoclassico esterno e con punte di tardo gotico all’interno. La Cattedrale ospita alcune opere d’arte, tra le quali il Cristo di Luján Pérez che troneggia nella sala capitolare, e la Virgen de los Dolores de Vegueta.

Museo Canario - Melania Romanelli

La terza cosa che colpisce di Las Palmas è la sua storia. Due sono le attrazioni principali sulle quali soffermarsi per un breve tour: il Museo Canario e la Casa Museo di Cristoforo Colombo (Casa Museo de Colón), entrambi situati nelle stradine di Vegueta. Il Museo Canario colpisce perché narra, attraverso due piani di sale, la storia della popolazione aborigena dell’isola di Gran Canaria, gli antichi Canarii, con punte che toccano ovviamente anche le narrazioni delle altre 6 Isole, indissolubilmente legate tra loro nel corso dei secoli. La collezione è davvero ricca, e vanta una selezione di resti antropologici e ossei, riproduzioni delle antiche caverne dipinte, oltre ai sudari e ai luoghi di sepoltura dei morti. Degni di nota sono le collezioni degli idoli canari (il più famoso è l’idolo di Tara) e alcuni sigilli familiari chiamati pintaderas, ricchi di rimandi ancestrali e significati simbolici (dei quali vi parlerò nei prossimi post). Grazie alla Casa Museo di Colón, invece, è possibile ripercorrere un viaggio magnifico attraverso la storia americana: l’America prima della scoperta, i viaggi di Colombo prima dell’arrivo definitivo (con tappa strategica proprio a Las Palmas e nell’isola di El Hierro, sia per riposo che per riparazioni della nave Pinta), oltre alla storia delle Isole Canarie, un polo strategico e una base proprio per continuare le esplorazioni del Nuovo Mondo.

Museo Canario - Melania Romanelli

Il quarto e ultimo tip per visitare Gran Canaria sono le spiagge. La prima è la famosissima spiaggia di Las Canteras, nella punta nord della città, piena di frequentatori, abitanti della città e di migliaia di turisti che la affollano. Grazie alla sua grandezza, l’orizzonte delle montagne e, fattore importantissimo, il suo clima perfetto durante tutto l’anno, nel 2013 Las Canteras si è piazzata al decimo posto nella classifica di gradimento spagnola “Travellers Choice Playas”. Anche se Las Palmas rispetto al sud dell’Isola è sempre un po’ nuvolosa, nel 1996 uno studio americano ha decretato il clima di questa città come il migliore al mondo. Nonostante siano passati più di 20 anni da quello studio, considerando che sull’intera isola la temperatura media è sempre di 22 gradi con solo 5 giorni di pioggia annui, in effetti come dargli torto? La seconda spiaggia, più piccola e più isolata, si trova di fronte al quartiere San Cristobal, nell’arrivo in città dalla routa dell’Aeroporto. Playa de la Laja, il nome di questa piccola perla, è una spiaggia di origine vulcanica, dalla sabbia sottile e dal colore grigio scuro che ricorda appunto, i paesaggi lunari di lava vulcanica. La Laja è perfetta se cercate un piccolo rifugio dal caos di Las Canteras.

Las Lajas - Las Palmas de Gran Canaria

Con il suo mix di stili differenti, piccole imperfezioni ma tanta tanta vitale curiosità, Las Palmas è una meta obbligatoria per chiunque arrivi a Gran Canaria, di certo una delle piccole gioie di un’isola strana e tutta da scoprire.

Photo Credits Las Lajas GKPhotoPasion